Lo scialo della parola "perdono" è una delle massime colpe dei media, che a volte non aspettano neanche i funerali per piazzare un microfono sotto il naso dei parenti della vittima e chiedere se perdonano oppure no, come se fosse la risposta a un quiz televisivo. Per fortuna esistono anche gli antidoti. Come le due intense, bellissime interviste che Enrico Bonerandi, su questo giornale, ha fatto all´ex autonomo Walter Grecchi, fuggiasco in Francia, e alla figlia del poliziotto Antonio Custra, ammazzato trent´anni fa a Milano dal gruppo di fuoco di cui Grecchi faceva parte. Il circolo virtuoso è partito dal libro di Mario Calabresi. Si è nutrito di sensibilità umana, pazienza, dolore, intelligenza e soprattutto di tempo: quel tempo che è il contrario esatto della fregola mediatica, quel tempo (lungo, faticoso, logorante, ma infine illuminante e generoso) che solo può consentire di afferrare se stessi, e di capire gli altri. Di perdonare. Di questa lunga pagina, non ancora conclusa ma fino a qui scritta con pudore e rispetto umano, al riparo dalla lagna presuntuosa degli "esuli parigini" come dall´ira vendicativa di chi ha sofferto gli anni di piombo, dobbiamo essere felici, perché ci restituisce intatta la parola "perdono", senza retorica e senza ruffianeria, senza spettacolo, senza ulteriore violenza. E dobbiamo esserne orgogliosi, se è permesso dirlo, anche noi di "Repubblica".

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