Un ritorno importante, dopo lo smacco della sconfitta elettorale del 2005. Una vittoria ai punti sul detestato Ahmadinejad, che nel 2005 gli aveva scippato la presidenza. E una indicazione sul futuro politico dell’Iran.
L’elezione di Hashemi Rafsanjani alla presidenza del Consiglio degli Esperti (in sostituzione dell’ayatollah Meshkini deceduto nel giugno scorso) potrebbe mettere i binari della politica iraniana su una direzione meno radicale, e aumentare le chance che alle prossime elezioni parlamentari in febbraio, e poi a quelle successive per la presidenza, i moderati, insieme ai riformatori, riescano a rompere la maggioranza ultrà che adesso domina il paese.
Rafsanjani ha detto che intende rendere più attivo il ruolo del Consiglio degli Esperti, che finora si è sempre tenuto a distanza dalla politica. ‟In questo momento il Consiglio tiene per sé le proprie opinioni, ma non è da escludere che un giorno queste vengano espresse al popolo”, ha detto prima di essere eletto con 41 voti. Al suo concorrente, l’ultraconservatore ayatollah Jannati, capo del Consiglio dei Guardiani che ha potere di veto quasi su tutto - dai candidati alle elezioni alle leggi approvate dal parlamento - ne sono andati 34, nonostante il sostegno dell’ayatollad Mezbah Jazdì, mentore di Ahmadinejad, che ha rinunciato ad una propria candidatura in favore di Jannati. Il Consiglio degli Esperti, 86 mujtahed o giurisperiti eletti dal popolo per otto anni, ha il compito di controllare l’operato del Leader, nominare un suo successore in caso di morte, e in teoria perfino di destituire, in casi estremi, il Leader in carica.
Per il 73 enne Rafsanjani - il ‟Kuseh”, lo squalo, come lo chiama la gente, e la stessa parola significa in iraniano imberbe, quale egli è - la battaglia è non è stata facile. Rafsanjani era andato all’attacco pubblicando le sue memorie, nelle quali attribuisce all’imam Khomeini, di cui era stato fin dai primi tempi della rivoluzione uno stretto consigliere, intenzioni e affermazioni che hanno fatto scandalo tra i radicali che si considerano i veri portatori dell’eredità khomeinista. Per esempio, ha scritto che Khomeini era deciso a vietare lo slogan ‟Morte all’America”, considerato uno dei pilastri dell’ideologia rivoluzionaria. Il giornale Keyhan lo ha accusato, di essersi avvicinato al riformatori e di volere come loro un ‟cedimento” sul dossier nucleare.
È una vittoria importante, dice da Teheran l’economista rafsanjanista Said Leylaz, ma pur sempre una vittoria ai punti. Tutto dipende ancora dal Leader supremo Khamenei. Questi tuttavia, diversamente che in passato, non avrebbe messo il suo peso contro l’antico sodale-rivale. Rafsanjani infatti ha sottolineato che avrebbe accettato l’elezione solo se fosse stata esplicitamente appoggiata dal Leader. Può darsi che Khamenei, come sostengono alcuni analisti, sia alla ricerca di un diverso equilibrio di potere, a causa della disastrosa situazione economica che lo ha spinto in diverse occasioni a criticare l’operato di Ahmadinejad, il presidente che egli stesso ha portato al potere. Leylaz mette tuttavia in guardia dall’aspettarsi in questo momento grandi cambiamenti, ad esempio in politica estera. Un nuovo equilibrio di potere potrà avvenire solo per piccolissimi passi, molto lentamente. Come capo di due organi importanti nella complessa struttura di potere iraniana - il Consiglio per l’interesse nazionale, incaricato di dirimere eventuali contenziosi tra parlamento e Consiglio dei Guardiani, e ora di quello degli Esperti - Rafsanjani, che era sempre stato considerato l’uomo più influente dietro le quinte prima della sconfitta inflittagli da Ahmadinejad, potrà almeno far sì che più candidati moderati passino attraverso le strette maglie del Consiglio dei Guardiani.
E di lì si potrà ripartire, dice Leylaz. A meno che nel frattempo i danni compiuti dalle forze più radicali in Iran e nel mondo non siano diventati irreversibili.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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