Sono tramortito dai "vincerò" che echeggiano in tutta la casa e in tutte le case, ripetuti da ogni canale, ogni satellite del pianeta. E sono più commosso, più in lutto di quanto mi sarei aspettato. Noi italiani abbiamo, con le nostre poche eccellenze, un rapporto distratto, diffidente, spesso anche cinicamente ilare. L’ormai classico iter della fama artistica individuato da Arbasino - appena un sottile margine separa il "venerato maestro" dal "solito stronzo" - descrive benone, in fin dei conti, il nostro animo nazionale, che tende ad archiviare con qualche alzata di spalle i meriti troppo eccelsi, le glorie troppo monumentali. L’enormità di Pavarotti (il suo stare così mirabilmente nel canone del bel canto, quello che riempie i teatri d’opera ma incanta anche le sciampiste, i cinesi e gli americani) era da noi considerata, abbastanza sciattamente, una cosa scontata e non più appassionante, come la Ferrari, la Torre di Pisa, Venezia e il Barolo. Poi, quando si tratta di celebrare i funerali, siamo piuttosto bravi a recuperare, perché commuoverci ci piace, e le cerimonie ci fanno risentire Italia, popolo e nazione. è solo allora, riascoltando quei fenomenali "vincerò" che fino al giorno prima ci parevano la solita zuppa, che ci si rende conto che qualcuno di noi ha davvero contato nel mondo. E fortunatamente per lui è con il mondo che ha fatto i suoi conti, non con gli italiani.

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