Il fallimento della strategia di Bush è evidente su tutti i fronti di guerra aperti dopo la tragedia dell'11 settembre. Sono passati sei anni dall'attacco alle torri e dall'inizio della guerra al terrorismo che non solo non è stato sconfitto ma sembra essersi rafforzato. Osama bin Laden ricompare in video e tutto il mondo deve fare i conti con una instabilità permanente. Permanente come la guerra di Bush: in Iraq e Afghanistan. A Kabul, a sei anni dall'inizio dei bombardamenti che avevano messo in fuga i taleban, il presidente filo-Usa Karzai è costretto a chiedere un negoziato ai taleban ‟cattivi” dopo aver riciclato quelli ‟buoni”. E i taleban sono ‟disponibili”. A oltre 4 anni dall'attacco, l'Iraq è senza elettricità e benzina e con il ramadan si rischia la fame.
Di più, la tensione si allarga e infiamma ulteriormente il conflitto israelo-palestinese e quello tra i palestinesi. Il presidente golpista del Pakistan Musharraf è sempre più in bilico, mentre l'arroganza di Bush da supporto al presidente iraniano Ahmadinejad che non sarebbe in grado di far fronte ai problemi interni se non avesse il solito nemico esterno da combattere.
Gli afghani come gli iracheni continuano a morire. E la parola passa ai militari, quegli stessi militari che giorni fa si sono scontrati con altri militari, britannici, sull'operato in Iraq. I militari di solito sono più consapevoli della realtà sul terreno (e gli americani si fidano più di loro che dei politici), ma le pressioni politiche hanno il loro peso. Il generale David Petraeus ieri non ha chiesto la riduzione delle truppe in Iraq, dove hanno raggiunto il considerevole numero di 160.000 uomini. Il tutto è rinviato al marzo 2008, poi si vedrà. Che cosa? Un ulteriore peggioramento della situazione. Il 70 per cento degli iracheni, secondo un sondaggio delle Bbc-Abc-Nhk, boccia la ‟surge strategy” varata all'inizio dell'anno da Bush con l'incremento di 30.000 soldati. Bush-Petraeus vantano dei successi, mentre gli insuccessi li addossano al premier iracheno Nouri al Maliki, che a sua volta accusa i paesi vicini, Siria e Iran, i cui rappresentanti si sono riuniti nei giorni scorsi a Baghad, di non controllare le frontiere.
Quel che interressa agli Usa non è certamente la sicurezza degli iracheni ma quella dei pozzi di petrolio. Non a caso la prima base militare Usa in Iraq sarà costruita a sei chilomentri dal confine iraniano, si dice, per interrompere il flusso delle armi da Tehran. Il passaggio da Bassora non è l'unico con l'Iran, ma nei campi della seconda città irachena si produce il 60 per cento del petrolio, sicurezza permettendo. Finora non è stato così e quindi non si può lasciare l'Iraq, tanto più che i partiti sunniti per rientrare nel governo hanno chiesto il congelamento della legge sulla privatizzazione del petrolio. Le compagnie petrolifere dovranno attendere.
‟No blood for oil” era uno degli slogan anti-war, ma il sangue si continua a versare - da una parte e dall'altra, soprattutto irachena - senza raggiungere l'obiettivo sperato, in barili. Si calcola che l'Iraq possa avere la seconda o addirittura la prima riserva mondiale di petrolio: nel 1979 la produzione era di circa 4 milioni di barili al giorno, nel 2002 (con la ‟oil for food”, petrolio in cambio di cibo) era di 2,6 milioni di barili. La previsione degli Usa con l'invasione era di arrivare a 3,5 milioni in 18 mesi e 5-6 entro pochi anni. Obiettivo fallito: oggi la produzione è di 1,95 milioni di barili al giorno. Solo 27 dei 78 pozzi funzionano. A impedire l'estrazione sono la violenza, la corruzione, il contrabbando, il boicottaggio e lo stato degli impianti.
Ora gli iracheni non sono più condizionati dalla ‟oil for food” ma la distribuzione delle razioni governative di cibo è molto più precaria che ai tempi di Saddam, i timori sono molti alla vigilia dell'inizio del mese di ramadan. Se alla fine di un giorno di digiuno non ci sarà da mangiare sarà drammatico.
Eppure il problema principale resta la sicurezza, anche se gli iracheni non pensano che sia un buon motivo per il permanere delle truppe straniere che peraltro non hanno mai risolto il problema. E hanno trasformato Baghdad in una prigione: tutte le strade principali sono percorse da alte barriere di cemento costruite dai contractor - quelle si crescono in fretta -, rafforzate da posti di blocco e di notte dal coprifuoco. Le barriere e la pulizia etnico-confessionale ha trasformato i quartieri in ghetto. Le milizie sciite hanno cacciato i sunniti dai quartieri a maggioranza sciita e i sunniti hanno fatto lo stesso. E se qualcuno vuole la tua casa e non gliela dai ti uccidono e nessuno osa intervenire. Spostarsi da un quartiere all'altro è troppo rischioso, puoi rischiare la vita solo per il nome e molti iracheni lo hanno cambiato: se ti chiami Ali e capiti a un blocco sunnita come potrai dimostrare di non essere sciita? Peggio della Palestina, anche se è improprio fare simili paragoni. Questi sono i successi di Bush.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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