Adesso nei telegiornali è di turno il politico (di qualunque partito) che riflette sull’antipolitica, mette in guardia dall’antipolitica, invita a non sottovalutare l’antipolitica, diffida dell’antipolitica… La parola antipolitica ne risulta come svuotata, un materasso sventrato, un suono inerte. Trucioli, come tutto il resto. Un dietrologo maligno potrebbe dedurne che il diabolico Palazzo ha già trovato l’antidoto: basta dire "antipolitica" diecimila volte, o mettere la parola "Grillo" in un titolo un milione di volte, e il gioco è fatto. Tutto finisce nello sterminato vortice della macchina mediatica, si mescola con gli altri detriti, diventa indistinto e neutro, come la parola "casta" che fino a qualche mese fa era usata solo dagli studiosi di induismo e adesso (a causa del titolo di un buon libro) è ripetuta a pappagallo da ogni elzevirista o gazzettiere di provincia o conduttore di tigì (la casta! la casta! la casta!).
Poiché toni e volumi sono fissi, ventiquattr’ore su ventiquattro, al livello massimo, si fatica molto a capire la differenza tra i fondamenti e i dettagli. Gonfiata e lampeggiante (breaking news!) ogni notizia ci fa l’effetto del nazismo in arrivo, o del ritorno del Messia, o dello sbarco dei marziani, ma solo per due o tre giorni, poi diventa un rombo indistinto di sottofondo. Antipolitica ha già stufato. Sotto con la prossima parola da massacrare.

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