Suona come un innocente progetto di turismo ‟estremo”: un trekking su uno dei ghiacciai della catena himalayana, tra il Karakorum e le cime del Ladak all'estremo nord dell'India. Il trekking durerà tre settimane, annunciano i giornali indiani; una ventina i partecipanti, partenza la settimana prossima. La gita però ha suscitato le rimostranze del Pakistan, e non poteva essere altrimenti: il ghiacciaio infatti è quello del Siachen, alla confluenza tra India, Pakistan e Cina all'estremo nord della provincia del Kashmir - che da sessant'anni è il maggior oggetto di contesa tra le due potenze atomiche del subcontinente indiano. Non solo: il ‟tour operator” du questo trekking è l'esercito indiano. Così lunedì il governo pakistano ha trasmesso la sua formale protesta al vice Alto commissario (ambasciatore) dell'India a Islamabad: ‟La zona resta un'area di conflitto e l'intenzione dell'India di aprire il Siachen al turismo può viziare l'atmosfera del processo di pace in corso”, ha detto una postavoce pakistana.
Per capire come un trekking sul ghiacciaio può diventare motivo di scontro si pensi che due delle tre guerre dichiarate tra India e Pakistan sono state combattute proprio in Kashmir - senza contare il conflitto non dichiarato dell'estate '99 (provocato dallo sconfinamento dell'esercito pakistano) e l'annosa guerra ‟a bassa intensità” combattuta per interposte milizie di guerriglieri islamisti.
Da sessant'anni il Kashmir è diviso da un confine supermilitarizzato tra il territorio sotto sovranità indiana e quello controllato dal Pakistan. All'estremo nord di questa regione tormentata, tra 5.480 e 6.700 metri d'altezza, il Siachen è rimasto a lungo al margine del conflitto grazie alla sua posizione inaccessibile (e non particolarmente strategica). Intorno al 1984 però l'India ha mandato uomini e attrezzature a segnare le sue postazioni sul presumibile tracciato della ‟linea di controllo” (così si chiama la linea del cessate-il-fuoco del 1949, divenuta il confine di fatto benché contestato). L'esercito pakistano ha fatto altrettanto, e il Siachen è diventato il ghiacciaio più militarizzato del mondo.
Un teatro di guerra surreale, a ben guardare. Mantenere truppe a quell'altezza è un costo enorme, in denaro e in energie umane. Gran parte delle vittime, da entrambe le parti, sono state fatte non dal fuoco nemico ma dal freddo e dalle malattie provocate dalla permanenza in un terreno ostile, a temperature tra i 40 e i 50 gradi sotto zero. Ogni rifornimento cibo, energia, arriva con costosissimi ponti aerei: da lato indiano era stato calcolato che mantenere l'intera macchina militare su quel ghiacciaio costi suppergiù 20 milioni di dollari al giorno (era un calcolo del 2003), un miliardo all'anno.
Così molte voci, sia in India che in Pakistan, chiedono da tempo di smilitarizzare il Siachen e mettere fine all'assurda guerra di posizione sui ghiacci eterni. Nel 2003 un gruppi di noti ambientalisti e pacificti in India e Pakistan aveva anche proposto di farne un'area protetta binazionale, un ‟parco naturale per la pace” - bella idea, finita in nulla. Quando però nel 2004 New Delhi e Islamabad hanno avviato un processo di pace, anche la smilitarizzazione del Siachen è stata messa sul tavolo. Solo un anno prima India e Pakistan erano sull'orlo di una nuova guerra, con gli eserciti schierati lungo le frontiere comuni (quelle ufficiali e quella contestata del Kashmir), così già solo il fatto di avviare colloqui era stato un grande passo avanti.
Da allora il processo di pace ha avuto effetti tangibili nella riapertura delle comunicazioni tra i due paesi, i viaggi, il commercio, gli scambi culturali: non ha però segnato progressi sostanziali sulla questione più difficile, l'assetto del Kashmir. Lo stesso vale per il Siachen: entrambe le parti sarebbero ben felici di abbandonare l'inutile guerra d'alta quota, ma ciascuno chiede che sia l'altro a ritirarsi per primo, per timore di avvalorare le altrui rivendicazioni territoriali. La situazione è di stallo. Ecco perché quel trekking sul ghiacciaio non appare poi così ‟innocente”...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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