Nel mezzo di una escalation nella guerra delle parole tra gli Stati uniti, alcuni paesi europei e l'Iran, ieri sera a Washington i rappresentanti dei 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania (il gruppo ‟5 più uno”) si sono riuniti per discutere di nuove sanzioni contro Tehran.
Gli Stati uniti sperano che la riunione prepari il terreno a una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza sull'Iran, che imponga sanzioni più severe di quelle già approvate in due precedenti risoluzioni a partire da gennaio in risposta al rifiuto di Tehran di sospendere il suo programma di arricchimento dell'uranio. Lo ha ribadito ieri l'ambasciatore Usa all'Onu, Zalmay Khalilzad. Di certo Washington ha l'accordo di Parigi: il presidente francese Nicolas Sarkozy giovedì sera ha confermato che la Francia vuole sanzioni più dure. Il suo ministro degli esteri Bernard Kouchner, che aveva fatto scalpore domenica scorsa dichiarando che ‟il mondo delle prepararsi all'eventualità di una guerra” con l'Iran, ha proposto a Gran Bretagna e Germania che l'Europa si prepari a sanzioni unilaterali, nel caso il Consiglio di sicurezza non arrivi al consenso necessario. Caso possibile, perché a nuove sanzioni contro l'Iran sono contrarie la Russia e la Cina.
Non è detto dunque che la riunione in corso a Washington giunga a una decisione comune. Ma questo non diminuirà certo la tensione attorno all'Iran - anzi. La ‟guerra di parole” degli ultimi giorni ne è un segnale. La settimana scorsa l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che non ha mai interrotto le sue normali ispezioni negli impianti nucleari iraniani, ha annunciato di aver trovato un accordo con Tehran su un ‟piano di lavoro” per risolvere le questioni aperte sulle sue attività (il punto è dimostrare che siano finalizzate solo alla produzione di energia e non a programmi militari).
L'annuncio ha mandato su tutte le furie gli Stati uniti: la segretaria di stato Condoleezza Rice mercoledì ha lanciato un violento attacco al direttore dell'Aiea Mohammed el Baradei, pur senza nominarlo, dicendo che ‟non spetta all'Aiea fare diplomazia”. El Baradei non è rimasto in silenzio. Lunedì ha commentato le dichiarazioni di Kouchner criticando i richiami alla guerra, che ‟dovrebbe essere solo l'ultima spiaggia” e sono se autorizzata dal Consiglio di sicurezza: ‟Ci sono delle regole nell'uso della forza e spero che tutti abbiano imparato la lezione dell'Iraq, dove 70mila civili innocenti hanno perso la vita per il sospetto che il paese avesse armi nucleari”.
Va detto che se l'annuncio dell'Aiea toglie argomenti ai sostenitori delle sanzioni contro Tehran, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadi Nejad non ha dato una mano a El Baradei quando ha detto che l'Iran ha ormai attivato tremila centrifughe per l'arricchimento dell'uranio: una ‟sparata” a cui gli esperti nucleari danno poco credito, ma che offre ottimi argomenti ai falchi negli Usa e nelle capitali europee. Come se al governo di Tehran l'escalation retorica non dispiacesse: il nemico esterno è un ottimo aiuto per i regimi in crisi di consenso interno.
Resta da capire se l'escalation verbale sia davvero il segnale che che gli Stati uniti preparino qualche tipo di azione militare contro Tehran. Secondo fonti militari e di intelligence Usa citate domenica scorsa dal Sunday Telegraph è così: la Casa Bianca sta preparando uno showdown militare con l'Iran, e non sarà un semplice bombardamento su qualche centro nucleare ma attacco a tappeto su circa 2.000 obiettivi individuati dai pianificatori del Pentagono.
Due elementi vanno tenuti presente. Uno è che la marina militare e i marines Usa hanno dispiegato da qualche mese nel Golfo Persico la più imponente schieramento di portaerei e forze di guerra dal 2003. L'altro è che l'amministrazione Bush ha cominciato a insistere molto sul presunto coinvolgimento dell'Iran in Iraq. Il generale David Petraeus, comandante delle forze Usa a Baghdad, ha dichiarato in più occasioni che le sue forze stanno già combattendo una proxy war con l'Iran - una guerra per procura, in cui l'Iran armerebbe milizie sciite antiamericane. L'attività militare di forze anti iraniane vicino alla frontiera comune, e gli arresti di ‟agenti” iraniani in Iraq, sono parte della guerra per procura. E tutto questo accresce il rischio di ‟incidenti” che porterebbero un conflitto più ampio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>