La signora Daw San San è la vicepresidente della Lega nazionale per la democrazia, il partito democratico fondato e guidato da un'altra donna, Aung San Suu Kyi. A 75 anni San San è una donna dalla tempra d'acciaio, anche se la sua voce arriva flebile attraverso il telefono dalla Thailandia, dove vive in esilio da quattro anni facendo la spola tra la capitale Bangkok e la cittadina di Mae Sot, al confine birmano-thailandese, da cui continua a tenere i contatti con la rete di oppositori che restano all'interno del paese dei generali.
Non si sbilancia, Daw San San, ma non suona molto ottimista sul futuro immediato del suo paese. ‟Dipende molto da cosa sarà riuscito a ottenere Ibrahim Gambari, l'inviato dell'Onu”, dice: ‟Se sarà riuscito a spingere la giunta ad aprire davvero il dialogo con la Lega nazionale per la democrazia e con i partiti etnici, allora il peggio sarà scongiurato. Se no, credo che la protesta riprenderà. E bisognerà vedere come reagirà la giunta alle pacifiche dimostrazioni una volta che Gambari ha lasciato il paese. Se il governo fosse saggio non sparerebbe sui monaci, ma ormai l'ha fatto. Temo che la giunta militare adotterà le misure forti come ha sempre fatto, e sarà un massacro”
E' il disincanto di una che ha visto più volte proteste popolari finire nel sangue e nella galera: fin dai tempi della lotta anticoloniale (racconta la sua storia Cecilia Brighi in Il pavone e i generali. Birmania, storie da un paese in gabbia). Daw San San è nella Lega per la democrazia con Aung San Suu Kyi fin dal suo inizio, ed è una delle 14 donne che erano state elette deputate al parlamento nel 1990 (le uniche elezioni libere tenute in Birmania negli ultimi 47 anni, stravinte dalla Lega ma annullate dai militari). E' stata arrestata due volte: la seconda nel '97 (rimase in galera fino al 2002), dopo aver rilasciato un'intervista alla Bbc in cui denunciava la ‟costituente” nominata dai militari (‟Chi accetterebbe una bozza di costituzione già scritta, in cui i militari hanno un ruolo sopra la costituzione?”). Giochetto che i generali birmani hanno ripetuto nel 2003, inventandosi una ‟road map per la democrazia”. Anche quella volta Daw San San ha denunciato la farsa, rivolgendosi alle Nazioni unite a nome della Lega per la Democrazia. Poi è fuggita, senza aspettare il terzo arresto.
‟Spero davvero che il mondo farà qualcosa”, insiste. ‟Spero che l'Onu apra un ufficio permanente in Birmania, per monitorare la situazione. Abbiamo bisogno della loro presenza. E poi bisogna che i governi di India e Cina tengano un occhio vigile su ciò che fa il governo loro amico: quello che succede in Birmania non sono ‟affari interni”. E' una disperata battaglia per i diritti umani fondamentali, ancor prima che la democrazia.

E' stata una sorpresa per lei vedere questa ondata di proteste?
Sorpresa no, non direi. I birmani oggi sono politicamente più maturi che in passato. E sono esasperati dalla censura, la repressione, l'aumento dei prezzi. I giovani che avete visto per le strade non hanno paura di dare la vita: si sentono una generazione persa. Noi non vogliamo che vadano a farsi uccidere. Ma sono decisi, questo sì, e credo che torneranno a protestare.

Vede analogie con quanto è successo nel 1988, quando la protesta ha coinvolto studenti, lavoratori, monaci, e i militari hanno risposto con un massacro?
La differenza forse è che questa volta abbiamo mezzi di comunicazione più moderni. L'informazione circola di più, il mondo vede che dei soldati sparano su manifestanti disarmati, e così anche nel resto del mondo molti ci sostengono. Certo, i media governativi sono basati sulla bugia. Ma anche in Birmania ormai molti hanno informazioni da altre fonti e vedono: ammannire menzogne alla popolazione oggi è molto più difficile.

Per molti di noi è stato sorprendente vedere i monaci buddisti alla testa delle proteste. Chi sono i monaci nella società birmana?
I monaci nella tradizione birmana sono parte della famiglia. Il monaco può essere tuo figlio o figlia. Molti bambini vanno nel monastero già a 7 o 8 anni o da adolescenti, ci crescono e ci studiano. Vivono come vive il popolo, sono nutriti dalla questua. Se il popolo è in ristrettezze e non ha cibo da dargli, anche loro non mangiano e la vita diventa assai dura. Sono parte della società e la giunta lo sa bene: per questo teme la loro partecipazione a movimenti pubblici, marce o proteste. Non credevamo però che il governo sarebbe arrivato a sparare sui monaci. Ci sbagliavamo.

La Birmania è potenzialmente uno dei paesi più ricchi della regione, perché i birmani sono così poveri?
(Ride) Per la cattiva gestione dell'economia, corrotta e clientelare. L'inflazione è insopportabile, i beni essenziali rincarano sempre più. La giunta controlla ogni attività economica, uno non riesce neppure a aprire un piccolo tea shop se non paga per la licenza. Dai baracchini del te ai grandi affari, tutto è in mano alla giunta e ai loro soci.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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