Ci sono paesi debitori e paesi creditori, questo lo sanno tutti. Ma deve a chi, è questione di punti di vista. Per la Banca mondiale, e in generale per i ministeri del tesoro di tutto il mondo, non c'è dubbio: una folta schiera di paesi ‟in via di sviluppo” (chiamiamoli il Sud del mondo) deve un sacco di soldi a un numero ristretto di paesi industrializzati del Nord del mondo, di solito indicati come donors, ‟donatori” (anche se donano ben poco): quel debito difficilmente sarà mai restituito, mentre alimenta una catena perpetua in cui quote consistenti del bilancio del paese debitore va nel servizio di un debito che tenderà a crescere, invece che in spesa sociale e sviluppo. Se si guarda la cosa da un altro punto di vista però i debitori diventano creditori. Cioè: se facessimo un bilancio delle risorse naturali estratte da paesi del Sud del mondo a vantaggio pressoché esclusivo delle economie forti, guardando in prospettiva storica (fin dai tempi coloniali), aggiungendo altre risorse che dal Sud sono trasferite al Nord (la manodopera, ad esempio, attraverso l'emigrazione), risulterebbe lampante che il debitore è il Nord industrializzato e ricco, mentre creditore è il Sud. È il concetto di debito ecologico, ci spiega Aurora Donoso, dirigente dell'organizzazione ecuadoriana Acción Ecologica - è in visita in Italia per partecipare a manifestazioni pubbliche collegate con la Marcia per la pace Perugia-Assisi. Certo, affermare un'idea simile non è scontato: è una battaglia politica. . ‟Il debito ecologico è prima di tutto un linguaggio di giustizia economica, ambientale e sociale”, insiste Aurora . Cita la ‟Alleanza dei Popoli del Sud Creditori Ecologici”, riunita a Quito, in Ecuador, poco prima dell'estate (sul manifesto ne aveva dato notizia Francesco Martone). L'idea di un ‟credito ecologico” sta facendo qualche passo concreto in Ecuador: Quito infatti ha creato una ‟Auditoria integral del credito publico” per contabilizzare il debito estero (quello finanziario) guardando al suo impatto generale. ‟Il debito ecologico è l'altra faccia del debito estero. Debito è un termine etico, prima che economico: e il Nord ha accumulato nel tempo un gigantesco debito drenando risorse dal Sud. Anche risorse finanziarie, perché il Sud trasferisce al Nord centinaia di milioni di dollari come servizio del suo debito. Inoltre, per pagare, i paesi del Sud sono indotti a sovrasfruttare le proprie risorse naturali. Il debito è stato una scusa per imporre ai nostri paesi un modello di sfruttamento delle risorse, tagliare la spesa publica, puntare tutto sull'export”. La campagna sul debito ecologico dimostra l'illegittimità del debito finanziario, continua Aurora Donoso. ‟In Ecuador ad esempio la ‟Auditoria” ha mostrato come il paese ha dovuto poco a poco cambiare le sue leggi fondamentali sugli idrocarburi e le risorse minerarie, privatizzare diversi settori produttivi e dei servizi, e tutto per rispondere alle richieste degli organismi creditori”. Un altro aspetto è la recente proposta del governo ecuadoriano: pagare per non estrarre il petrolio. È un'idea di movimenti per la giustizia sociale come Acción Ecologica, ed è stata ripresa dal presidente Rafael Correa che si dice disposto a non estrarre petrolio da uno dei suoi giacimenti (il ‟bloque Itt” nel parco nazionale Yasuni in Amazzonia), se la comunità internazionale è disposta a versargli la metà della somma che ricaverebbe sfruttando quel greggio (460 milioni di dollari). Sarebbe un vantaggio per il clima: si tagliano le emissioni di anidride carbonica e non si consuma petrolio, anzi non lo si estrae. Con i vantaggi aggiuntivi di fermare la deforestazione, diminuire l'inquinamento, salvare la biodiversità, salvaguardare la sua popolazione nativa. ‟È una forma di resistenza collettiva al potere delle grandi imprese transnazionali”, dice Donoso. ‟Si potrebbe pensare di scambiare debito estero con quote di petrolio non estratto”, spiega, e non sarebbe un condono ma un risarcimento del debito ecologico accumulato nel tempo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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