Sarà un dettaglio, anzi lo è sicuramente. Ma quelle che stanno bruciando a Malibù non sono affatto "le ville dei vip", come da telegiornali e quotidiani di ogni ordine e grado. Sono le ville delle star, ed è tutt’altra cosa. Tra la star e il vip corre la stessa differenza che separa "Via col vento" da "Buona domenica", e gli uomini dai caporali (direbbe Totò). Star significa stella, è un titolo onorifico esagerato come il cinema, ma sognante come il cinema. Vip è l’acronimo, già in sé ridicolo, di "very important person", ha un triste odore di graduatorie aziendali, di vanità fantozziane, e come molti epiteti nati per parodia e per sfottò (vedi "velina") è diventato poi una parola ufficialissima, e pronunciata con credula gravità da ogni speaker. E viene indossato come una medaglia dalla più infima e generica manovalanza del mondo dello spettacolo, che infatti fatichiamo a definire ancora star-system. Ci siamo abituati così in fretta, così distrattamente alla tossicità di tante nuove parole, da non renderci più neanche conto di quanto usarle ci renda peggiori. Sta declinando, per fortuna, il grottesco "vu’cumprà". Ma il prossimo soprannome razziale sarà certamente peggiore, e quando lo avremo identificato sarà comunque troppo tardi: farà già parte del linguaggio dei media.

Torna alle altre news >>