Da un lato manganelli, lacrimogeni e galera per gli oppositori; dall'altro la promessa di tenere presto elezioni, per rassicurare le nazioni occidentali. Queste sono le notizie che provengono dal Pakistan, dopo che sabato il generale Parvez Musharraf ha imposto lo stato d'emergenza e sospeso la Costituzione. Ieri circa duemila avvocati e attivisti politici si sono scontrati con la polizia nelle strade di Lahore, la capitale del Punjab, città chiave per le sorti politiche del paese: protestavano contro lo stato d'emergenza, sfidando il divieto di tenere assembramenti pubblici; sono stati trattati a manganellate e decine di loro sono stati fermati. Simili proteste erano convocate nella capitale Islamabad, ma gli avvocati là non sono neppure riusciti ad avvicinarsi alla sede della Corte suprema, circondata dai militari fin da sabato. Del resto molti tra i dirigenti degli avvocati erano già detenuti. E non solo loro: tra domenica e lunedì circa 1.500 persone (ma forse 2.000, secondo alcune fonti) sono state arrestate, soprattutto dirigenti dei partiti democratici e delle organizzazioni per i diritti umani, giornalisti, attivisti sociali, oltre a quasi tutti i componenti della Corte suprema. E i media: le televisioni private sono chiuse da sabato sera; una delle più note (e influenti), Geo Tv, continua a trasmettere sui canali satellitari che però sono oscurati in Pakistan. La stampa continua le pubblicazioni ma domenica il governo ha diffuso un ‟codice” di 36 pagine a cui i giornalisti devono attenersi.

Rassicurare gli alleati
La parola ‟golpe” dunque è sempre più realistica per descrivere gli eventi in Pakistan. Ieri però il ministro della giustizia (Attorney general) Malik Abdul Qayyum ha dichiarato che le elezioni legislative si terranno come previsto in gennaio (il primo ministro Shaukat Aziz domenica aveva parlato di rinviarle per un anno). Soprattutto, il generale Musharraf si è detto ‟determinato” a rinunciare all'uniforme militare per diventare un presidente civile, ‟una volta che avremo corretto i pilastri della magistratura, nell'esecutivo e in parlamento”. Lo ha detto dopo un incontro con gli ambasciatori di Stati uniti, Gran Bretagna e alcuni altri paesi, che ieri a Islamabad gli hanno chiesto di tener fede all'impegno di convocare elezioni legislative e rinunciare alla carica di capo delle forze armate, limitandosi a quella di presidente (da otto anni Musharraf accentra entrambi i poteri).
Stati uniti e la Gran Bretagna avevano accolto con ‟disappunto” la proclamazione dello stato d'emergenza, sabato. Si capisce: l'emergenza, la censura e gli arresti fanno saltare la ‟transizione alla democrazia” su cui avevano tanto puntato gli alleati occidentali. Erano stati Washington e Londra a spingere il generale Musharraf a trattare con la leader dell'opposizione Benazir Bhutto, fino a concederle l'amnistia dai reati di corruzione che le ha permesso di tornare in Pakistan il mese scorso; il tutto doveva portare a elezioni legislative e a un governo con un(una) premier civile che coabita con il presidente Musharraf ormai senza uniforme. Un potere militare sotto sembianze civili.
Le cose si erano complicate però quando il generale ha insistito a farsi rieleggere (all'inizio di ottobre) dal parlamento uscente, senza neppure aspettare che la Corte suprema si pronunciasse sulla legittimità della rielezione mentre ancora veste l'uniforme di capo dell'esercito (il pronunciamento era atteso in questi giorni, e si annunciava contrario: è forse il motivo principale del golpe di sabato). Mentre i magistrati continuavano a mettere in questione il suo operato.

L'avvocata agli arresti
Nel suo discorso alla nazione il generale Musharraf aveva giustificato lo stato d'emergenza con la necessità di combattere l'estremismo armato (quello dei nuovi Taleban) e riportare all'ordine una magistratura ostile.
‟Ironicamente il presidente dice che doveva che doveva controllare la stampa e la magistratura per combattere il terrorismo. Gli arrestati però sono i progressisti, laici e democratici, mentre ai terroristi offre negoziati e cessate-il-fuoco”, scrive in una nota diffusa domenica Asma Jehangir, forse la più nota attivista per i diritti civili in Pakistan: è una dei fondatori, insieme all'avvocato I. A. Rehman e altri giuristi e attivisti sociali, della Commissione per i diritti umani in Pakistan (Hrcp), organismo indipendente che si batte per i diritti civili e la democrazia e per questo è sempre stato inviso al governo. La nota è circolata per e-mail perché da domenica Jehangir è agli arresti domiciliari per 90 giorni, insieme a una cinquantina di dirigenti della Commissione, incluso Rehman.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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