Proviamo a ragionare senza alcun schema preconcetto. Proviamo a immaginare un bambino (5, 6, 7, 8 anni o poco più), costretto a fare qualcosa che non vuole fare e di cui ignora il significato: in condizioni meteorologiche che possono essere assai pesanti (troppo sole o troppo freddo...), in stato di fatica e di degrado, esposto a rischi e a patologie; impedito nella libertà di movimento, sottratto al gioco, alla relazione con coetanei, a esperienze formative e creative; indotto all’inattività per molte ore. Davanti a una tale situazione, vi ribellereste? La risposta è scontata, ovviamente. Eppure, tale ribellione ha difficoltà a manifestarsi o si esprime in forme esclusivamente declamatorie, retoriche, pietistiche: oppure attraverso una esacrazione apocalittica (‟il mondo è ingiusto”); o, infine, con la deplorazione per il ‟contesto”, le cause profonde, le radici antiche di quell’ingiustizia. La situazione prima descritta si palesa frequentemente nella vita quotidiana: e può essere riconosciuta in alcune circostanze, quando emerge come rappresentazione spietata del lavoro minorile e infantile, mentre risulta meno identificabile se si occulta nelle pieghe della marginalità sociale e del disordine urbano. Qui - proprio qui - è diffusa la pratica dell’accattonaggio infantile, che ci dovrebbe apparire talmente iniqua da gridare vendetta davanti a Dio e agli uomini. Eppure non è così. I bambini del Bangladesh o di una qualunque provincia asiatica sottoposti a pesanti attività lavorative e ridotti a strumenti di produzione sono un’ingiuria intollerabile: ma quegli stessi bambini, trasferiti nello scenario delle nostre città, e trasformati in appendice degli adulti che mendicano, non suscitano altrettanta rivolta morale. Ma siamo sicuri che siano così diverse le loro condizioni? Non è forse il nostro sguardo, ispessito da troppe chiavi di lettura, a non vedere ciò che è così semplice a vedersi? Ovvero un bambino ridotto in schiavitù? Perché nel primo caso vorremmo liberarlo costi quel che costi e, nel secondo, esitiamo perfino a dirlo? Anche nel primo caso (il lavoro minorile in Bangladesh o altrove), il contesto (la condizione di generale miseria) potrebbe risultare un’attenuante; e il ‟realismo umanitario” (meglio che lavori a fabbricare palloni piuttosto che venga stuprato negli alberghi degli occidentali) può costituire un argomento degno di attenzione. E tuttavia - e per fortuna - quegli argomenti ci appaiono fallaci, forse vergognosi. Ma ciò non ci impedisce di utilizzarli, o di utilizzarne di molto simili, a proposito dei bambini rom usati come corredo pietistico e incentivo emotivo agli angoli delle strade dai loro stessi parenti. Ovvero: ‟l’accattonaggio fa parte della loro cultura”, o: ‟meglio mendicare che rubare”, o ancora: ‟in ogni caso stanno coi propri genitori”.
Se mettiamo da parte la prima considerazione, le altre sono, a mio avviso, altrettante manifestazioni di ipocrisia, che finiscono con l’occultare il corpo di un bambino utilizzato come ‟mezzo caritatevole” e destinato, nel meno grave dei casi, all’infelicità: o all’abbruttimento e, assai probabilmente, a un futuro di illegalità. Siamo sicuri che non ci siano alternative a tale destino? E siamo sicuri che le alternative - come si sente dire e come, forse, io stesso ho detto talvolta - ‟sono tutte peggiori”? Pongo queste domande perché all’interno del centro sinistra in coincidenza con la presentazione del pacchetto sicurezza (ma la norma in questione è già prevista) - si discute dell’opportunità di sospendere la patria potestà a quei genitori che piegano i propri figli all’attività di accattonaggio. Voglio esser chiaro: non penso sia un provvedimento da respingere immediatamente e totalmente, se si rispettano due condizioni. La prima è relativa all’efficacia o meno della misura; la seconda va valutata in rapporto alle conseguenze che potrà avere sul minore. Quel provvedimento è sufficiente a sottrarre quel bambino al circuito dell’accattonaggio? E, poi, sarà possibile affidare ad altri - che diano garanzie maggiori - la responsabilità di quel bambino, della sua crescita e del suo futuro?
Dunque, se è ragionevole pensare che quel futuro potrà essere migliore o, comunque, meno ostile, una misura estrema come questa non va pregiudizialmente esclusa. Correlata a questa considerazione, ne va fatta un’altra: il destino di quel bambino - dato in affido o in carico ai servizi sociali o comunque ‟più protetto” - sarà effettivamente migliore di quello dei suoi coetanei rimasti nelle proprie famiglie e ancora impiegati come supporto all’attività di accattonaggio? Ecco: è in questi termini, a mio avviso, che la questione va posta. E va posta assai concretamente e pragmaticamente, con riferimento a scelte da assumere subito e da applicare nell’immediatezza dei fatti. Ciò non esclude - anzi! - la possibilità di affrontare sin da ora tutte le questioni ‟di contesto”, e che rimandano a cause profonde e lontane: ma quest’ultimo modo di procedere - questa strategia lungimirante: ovvero di medio e lungo periodo - non deve essere considerata come precondizione ineludibile, e premessa insuperabile, per assumere oggi, e nel frattempo, altre, urgenti e congiunturali, decisioni.
In altri termini, se la sospensione della patria potestà o la condanna penale nei confronti dei genitori o altre misure altrettanto severe rispondono ai due criteri prima indicati (efficacia del provvedimento ed efficacia delle soluzioni alternative per l’affidamento dei minori), esse vanno assunte senza aspettare che politiche pubbliche, strategie sociali e programmi culturali ottengano il giusto risultato: il fatto, cioè, che siano quegli stessi genitori a rinunciare all’uso manipolatorio dei propri figli. Insomma, siamo in presenza di un caso dove - mentre si lavora per rimuovere le cause lontane - si deve agire, e subito, per intervenire, qui e ora, su ciò che, qui e ora, dolorosamente accade.
P.S. Quella appena esposta è una traccia di ragionamento, ma non è detto che sia il mio ragionamento. E tuttavia, se qualcuno me lo esponesse in questi termini, avrei difficoltà a non prenderlo in considerazione. D’altra parte, ritengo che i criteri indicati (efficacia delle misure a tutela dei diritti fondamentali della persona) valgano per l’intero discorso sulle politiche per la sicurezza.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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