Il giudice Iftikar Chaudhry, ex capo della Corte suprema del Pakistan esautorato sabato, ha lanciato ieri un appello a protestare contro lo stato d'emergenza proclamato dal generale Parvez Musharraf. Un appello alla rivolta e una sfida: il giudice Chaudhry è piantonato in casa sua, agli arresti domiciliari: eppure è riuscito a procurarsi un telefonino e si è rivolto a decine di avvocati riuniti alla Bar Association (l'ordine professionale) di Islamabad. «La costituzione è stata fatta a pezzi», ha detto, amplificato dagli altoparlanti, e ha invitato gli avvocati a «diffondere il messaggio a levarsi e lottare per ripristinare la costituzione. Io ora sono agli arresti, ma presto mi unirò a voi».
Il proclama si è interrotto quando le autorità devono essere riuscite a isolare il telefono da cui Chaudhry parlava (tutti i cellulari ora sono isolati). Più tardi la polizia ha impedito agli avvocati, che urlavano slogans contro Musharraf, si uscire e manifestare per le strade. Altre proteste, con scontri tra avvocati e polizia, sono avvenute a Lahore, capitale del Punjab, e a Multan, con altre decine di arresti che si aggiungono ai circa duemila di lunedi (tra cui centinaia di avvocati).
Il giudice Chaudhry si conferma così nel ruolo di simbolo dell'opposizione che si era costruito la scorsa primavera quando il generale Musharraf, nella sua veste di presidente della repubblica, lo aveva destituito d'autorità (la Corte aveva cominciato a sfidare il potere su casi di corruzione, diritti umani e sulla costituzionalità degli atti del presidente): erano seguite proteste tra gli avvocati e manifestazioni di massa in tutto il paese, finché Chaudhry era stato reinsediato nella carica. «Ripulire» la magistratura da elementi così indipendenti era il primo obiettivo del generale Musharraf quando ha sabato ha proclamato lo stato d'emergenza, sospeso la costituzione, dissolto la Corte suprema e le alte corti provinciali.
Dunque un alto magistrato lancia proclami e gli avvocati protestano per le strada. I partiti invece che mantengono un profilo molto basso - anche se bisogna dire che decine di loro attivisti sono agli arresti. Benazir Bhutto, la leader del principale partito d'opposizione, ieri ha dichiarato che si metterà alla testa di una grande manifestazione di protesta venerdì a Rawalpindi, la città gemella di Islamabad. Bhutto ieri è arrivata a Islamabad da Karachi, la sua città. Ha salutato la folla da una jeep blindata antiproiettile, poi ha annunciato che avrà colloqui con altri leader politici ma non i militari né con il generale, né negozierà con lui su un governo di transizione.
Dall'altro partito di opposizione democratica, la Lega musulmana di Nawaz Sharif (l'ex premier deposto da Musharraf nel '99), resta in silenzio. Sharif è ancora in esilio (e ora beneficia dell'immagine di quello che non ha voluto scendere a patti col generale, al contrario di Bhutto). Ieri un suo portavoce, Ahsan Iqbal, ha detto che la leader del Partito popolare dovrà garantire che ha tagliato i ponti con Musharraf, prima che l'alleanza dell'opposizione possa resuscitare.
Dal generale Musharraf non vengono indicazioni chiare sull'immediato futuro del paese. Lunedì, dopo un incontro con gli ambasciatori di Stati uniti, Gran Bretagna e alcuni altri paesi aveva dichiarato che rispetterà gli impegni, indirà le elezioni legislative (previste in gennaio) e rinuncerà alla carica di capo dell'esercito per mantenere solo quella di presidente (pare che in quell'incontro abbia soprattutto inveito contro i magistrato riottosi, e spiegato che «il Pakistan non è pronto per la democrazia»). Ieri però il ministro portavoce Sheikh Rashid Ahmad ha detto che ci vorrà tempo: e ha spiegato che il presidente vorrebbe elezioni in gennaio, per compiacere gli alleati occidentali, ma «alcuni elementi» del suo governo vogliono spostarle.
La pressione di Washington (e Londra) è davvero forte: ieri l'ambasciatrice degli Usa in Pakistan, Anne W. Patterson, ha addirittura telefonato al capo della Commissione elettorale per esortarlo a indire elezioni entro il 15 gennaio. Il motivo è che lo stato d'emergenza sta facendo deragliare il progetto di «transizione» su sui gli alleati occidentali puntavano (l'accordo tra il generale e la leader dell'opposizione, il ritorno di Benazir, elezioni e un governo civile con Musharraf presidente senza uniforme, e tutto il potere reale ai militari come è sempre stato).
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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