Il campus della Punjab University è in fermento. Da parecchi giorni nei college della città si moltiplicano assemblee e dimostrazioni. Gli studenti si fanno riprendere dai fotografi con il nastro nero sulla bocca in protesta contro la censura, distribuiscono volantini, solidarizzano con gli avvocati davanti all'Alta Corte della provincia del Punjab. Da due giorni però è in agitazione l'intera università del Punjab, la più prestigiosa di tutto il Pakistan, 24mila studenti in quattro campus di cui il più importante a Lahore, grande e ben attrezzato.
‟E' una protesta pacifica contro lo stato d'emergenza, il Pco e l'epurazione dei magistrati”, mi spiega un gruppo di dottorandi in legge (Pco sta per ‟ordine costituzionale provvisorio”, è il decreto che sospende la Costituzione firmato dal generale Musharraf). I ragazzi parlano concitati, il capannello cresce: ‟Siamo contro la dittatura e la legge marziale”. Legge marziale? ‟Se il capo dell'esercito sospende la Costituzione come altro dobbiamo chiamarla?”. Gli studenti universitari qui sono spesso descritti come una generazione incline a cercare carriere prestigiose nella new economy, ascoltare Mtv e disinteressarsi della cosa pubblica: invece eccoli affollare il campus di un'università di élite per manifestare. ‟Scriva pure che Musharraf deve andarsene”.
Mentre parliamo si sentono dei botti: mortaretti innoqui ma inquietanti, e quando ne scoppia uno a un paio di metri c'è un ondeggiamento di paura. ‟Vogliono spaventarci. Noi non siamo fondamentalisti, ma siamo tutti contro la dittatura. Qualcuno è contro la libertà politica degli studenti”. Yasir Bashir, studente di legge, indica il ‟qualcuno”: un gruppo ben più numeroso e compatto di studenti, pochi metri più in là, davanti al dipartimento di fisica teorica. Disciplinati, lanciano slogan all'unisono: ‟Go Musharraf go” e ‟Vogliamo lo stato di diritto”. Scandiscono in urdu e in inglese, e tra uno slogan e l'altro esplode ‟Allahu Akbar”, dio è grande. In breve sono circondati dalle telecamere. Lasciano parlare i loro leader. Sono attivisti della Islami Jamiat Talaba, Comunità degli studenti islamici, nata negli anni '50, che ha acquistato importanza quando, durante la dittatura di Zia ul Haq, le elezioni studentesche sono state abolite insieme a ogni parvenza di attività democratica nelle università.
‟La nostra piattaforma è una: contro la dittatura. E tutti gli studenti sono con noi”, mi dice Abdul Basi, segretario cittadino del ‟consiglio islamico degli studenti” (talaba, studenti, plurale di talab o taleb: gli studenti di teologia). Inutile chiedere quanti sono i loro affiliati: sono l'organizzazione più rappresentativa dell'università, risponde. ‟Siamo uniti su una richiesta: Musharraf deve andarsene. Basta con il governo militare che ha cancellato i diritti civili dei pakistani”. Abdul Basi è vicino alla trentina, ha un tono pacato da professionista della relazioni con i media. ‟Raccogliamo la rabbia spontanea degli studenti contro la dittatura. Siamo un'organizzazione studentesca indipendente”. La Islami Jamiat Talaba è per la verità l'organizzazione studentesca della Jamiat Islami, la più antica organizzazione fondamentalista del subcontinente indiano, ora parte di un'alleanza di partiti della destra religiosa chiamata Mma. I Talaba però ammettono solo un'affinità filosofica (e lo stesso mi diranno i dirigenti della Jamiat islami incontrati a Mansura, suburbio Lahore, una sorta di città autonoma cinta da mura attorno a una grande moschea: c'è una madrasa o scuola coranica, scuole elementari e medie, foresterie e abitazioni per 1.500 abitanti, spazi di ricreazione. Sarà una coincidenza ma tutti i dirigenti qui erano stati affiliati alla Islami Jamiat Talaba). ‟Siamo un'organizzazione disciplinata, con un background teorico fondato sulla lettura del Corano e della Sunna”, continua il dirigente studentesco. ‟Ora lottiamo contro la dittatura militare ma il nostro obiettivo più ampio è per affermare la legge di dio in Pakistan”. Sono loro che mercoledì hanno bloccato l'ex campione di cricket Imran Khan, leader di un piccolo partito conservatore, che aveva convocato una manifestazione studentesca contro lo stato d'emergenza: e l'hanno consegnato alla polizia.
Sul viale centrale molte ragazze guardano a distanza: come ormai quasi ovunque al mondo sono una parte consistente degli iscritti all'università. Alcune in abitucci colorati, altre con la testa coperta, molte con il hijjiab (foulard) completo che lascia scoperti solo gli occhi. Un gruppetto di studentesse ha appicicato sulle camice un adesivo di solidarietà agli avvocati in lotta: ‟Siamo contro la dittatura militare”, dice Aisha Khaled, 20 anni, studentessa di Business Administration come le sue amiche. Non seguono alcun particolare partito politico, dicono: ma sono pronte a manifestare per i diritti sociali e la democrazia. Poi indicano i ragazzi che urlano Allahu akbar: ‟Siamo contro di loro. Non rappresentano gli studenti. Non passa giorno che non ci facciano la predica, che dovremmo mettere il burqa, coprirci. La maggioranza non è con loro”.
La Jamiat Islami però è una presenza pervasiva, all'Università del Punjab. I movimenti studenteschi sono quasi inesistenti in Pakistan (le unioni degli studenti sono state abolite nell'84 dal generale Zia ul-Haq, gli atenei sono stati depoliticizzati a forza), e questo ha lasciato spazio al proselitismo religioso. La Jamiat islami controlla ormai le maggiori università del Pakistan: ‟E' una sorta di amministrazione ombra, un porfessore non fa carriera se non è nelle loro grazie. Anche questo è cominciato ai tempi di Zia ul Haq” dice una professoressa. Cita episodi di intimidazione, esposizioni di libri interrotte da attivisti islamici, ragazze malmenate, e senza particolari reazioni da parte delle autorità accademiche.
L'abbigliamento delle ragazze ovviamente è solo un sintomo: fa parte di un trend più generale di affermazione di identità affidata alla religione. ‟Ciò che vedi all'università rispecchia gli umori dela società intera”, fa notare il professor Soorosh Irfani. "E' vero, la presenza dell'hijjab nelle università aumenta: anche perché le ragazze sono sempre più attive e con questo affermano identità, sentimento religioso, rifiuto di influenze occidentali, diversità, protesta”. Sono rispettabili scelte personali, osserva, "ma certo la copertura completa fa impressione, sottintende una convinzione assoluta e ostentata”. Irfani insegna cultural studies al National College of Arts di Lahore: è l'accademia di belle arti, istituzione storica della città, in un piccolo complesso di palazzine di stile coloniale nel vecchio centro, porticati affacciati su piccole corti interne, aule e atelier dove si studiano pittura e cinema. Qui vedo ragazze in jeans e magliettine accanto a qualche hijjab, classi miste, musica hindi-rock in sottofondo. Qui l'islam militante è meno presente che nel grande campus della Punjab University: ma proprio ieri mattina in una delle corti interne c'era una piccola assemblea di studenti arringati da due ospiti esterne, ragazze di cui si vedono solo gli occhi che denunciano con veemenza le atrocità compiute dall'esercito nelle zone di frontiera con l'Afghanistan.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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