Lungo l'ampio viale alberato si susseguono enclaves residenziali recintate. Sul lato opposto, recinzioni militari. Installazioni militari e quartieri residenziali si alternano lungo tutta la strada collega l'aeroporto di Lahore al centro cittadino, e lo stesso si può dire di Rawalpindi e di altre grandi città. Anche le enclave residenziali appartengono all'esercito, quasi che le forze armate siano una grande impresa di real estate, immobiliare. E infatti è così. Come molte città pakistane, Lahore si espande in nuovi suburbi residenziali. Lontano dal centro storico sorgono nuove enclaves immerse nel verde, grandi viali, centri commerciali. I terreni edificabili sono richiesti. E uno dei maggiori proprietari di terre, in Pakistan, è proprio l'esercito: ‟Possiede 4,6 milioni di ettari di terra”, precisa Ayesha Siddiqa, autrice di un ampio studio dal titolo Military Inc (Pluto Press, 2007; pubblicato in Pakistan dalla Oxford University Press: qui è in bella vista in tutte le librerie). L'immobiliare, aggiunge, è solo una delle attività economiche in cui l'esercito pakistano è in posizione dominante: ‟I militari qui gestiscono un impero commerciale gigantesco”. In questi giorni il generale Parvez Musharraf ha ricordato al mondo intero che l'arbitro del potere, in Pakistan, sono gli uomini in divisa. E il potere politico non va da solo. ‟I militari sono un potere politico, economico”, dice Siddiqa, al telefono durante un viaggio all'estero, ‟e sono anche una presenza sempre più visibile e pervasiva nella società”. In effetti è frequente trovare alti ufficiali in congedo tra gli amministratori delegati di aziende pubbliche e private, o nelle più alte cariche della pubbblica amministrazione: e comincia a creare risentimenti, tanto che il governo di Musharraf aveva annunciato qualche tempo fa l'intenzione di ridurre il ruolo dei militari nella vita civile - anche se per il momento tutto si è risolto nell'invito a non presentarsi in uniforme nelle occasioni pubbliche civili.

Militari in vetta, un passo alla volta
L'impressione generale è che la presenza militare nella società pakistana sia aumentata negli ultimi otto anni di governo del generale Musharraf. Secondo Siddiqa però bisogna risalire più indietro. L'esercito è l'istituzione più potente e organizzata del paese (forse l'unica istituzione unitaria). La storia stessa del Pakistan, nato nel 1947 con una sanguinosa separazione dall'India, ha dato ai militari il ruolo di garante della nazione: la prima guerra indo-pakistana nel '48 ‟ha segnato il futuro corso del paese”; il persistere della minaccia esterna (e ora anche la ‟guerra al terrorismo”) rafforza il ruolo dei militari come ‟salvatori della patria”. ‟Ogni successivo generale ha espanso un po' di più l'influenza militare nell'economia”, spiega Siddiqa. ‟Quando il generale Ayub Khan ha proclamato la prima legge marziale, tra il 1968 e il '71, l'esercito stava appena cominciando a entrare in politica. Con la seconda legge marziale, quella proclamata da Zia ul Haq nel 1977 (un decennio finito con la morte del generale Zia nell'88, ndr), l'esercito si è fatto strada nella società in modo molto più deciso, e con Musharraf è diventato davvero pervasivo”.

Il ‟military business”
Guardare le forze armate come un soggetto economico, oltre che un ‟partito” politico, offre una nuova prospettiva agli eventi di questi giorni in Pakistan. Ayesha Siddiqa ha coniato un termine per indicare l'economia legata all'esercito: milbus, da ‟military business”. Non è la normale industria della difesa, che è soggetta a rendiconto e rientra nelle ovvie attribuzioni dele forze armate. E' ‟un capitale militare usato per il beneficio privato della fraternità militare, in particolare dei quadri; che non è registrato nel budget della difesa ed è fuori dalla contabilità dello stato”. In Pakistan questo business ruota attorno ad alcune fondazioni sorte in origine come fondi pensione e welfare per gli alti ufficiali, in particolare la Fawzi Foundation e la Army Welfare Trust, poi la Shaheen Foundation e altre. Queste hanno investito prima nelle scuole per i figli degli ufficiali (in un paese dove l'istruzione pubblica è debole, quelle sono oggi le ‟buone” scuole), e in alloggi. Poi a partire dal '77 (l'era di Zia) hanno cercato ‟l'autosufficenza finanziaria” diversificando in quasi tutte le possibili attività economiche, fino a diventare i più grandi conglomerati d'affari del paese. Ufficiali in congedo vanno a dirigere aziende beneficiando dei legami e influenze della comunità militare. La lista include imprese di logistica (quella che gestisce il porto di Karachi e gestirà quello, nuovissimo, di Gwalior); linee aeree private, imprese di import-export. Poi fabbriche di fertilizzanti, imprese agricole e investimenti nell'agro-industria. E un'impresa petrolifera (che sfrutta tra l'altro giacimenti di gas nella provincia meridionale del Sindh: i magazine in edicola riferiscono di recenti conflitti con la popolazione locale per via di terre requisite e di posti di lavoro che non sono andati alla popolazione locale). Poi banche, assicurazioni, hotel, centri commerciali. E l'immobiliare: distribuire terre ai militari è usanza che risale all'esercito coloniale britannico, ma oggi il nome Defence Housing Authority, Dha, indica i quartieri più esclusivi delle grandi città, dove abitano militari e non. Qui si usa molto il termine ‟feudale”: proprio di una struttura feudale è che la terra conferisce potere e prestigio, e qui è concentrata in pochissime mani, mentre 30 milioni di contadini sono senza terra. Qui corre una battuta: ‟Tutti i paesi hanno un esercito, in Pakistan l'esercito ha un paese”.

Affari ‟predatori”
Siddiqa ha lavorato quattro anni per raccogliere le informazioni necessarie al suo studio, basandosi sulla sua esperienza di ricercatrice all'istituto della Marina e nell'amministrazione pubblica, attingendo a interviste a militari, atti parlamentari, e notizie di stampa. Il fatto è che il milbus è per sua natura non trasparente (di 96 progetti gestiti da quattro fondazioni dell'esercito, ad esempio, la ricercatrice ha scoperto che solo 5 sono registrati nelle camere di commercio). E' ‟una forza che distorce l'economia”, dice Siddiqa: ‟I militari sono una delle élites dominanti. Ma rispetto alle altre, usano la loro influenza per monopolizzare risorse ed espandere il loro business”. Tutto questo a beneficio degli alti ufficiali, è ovvio: non certo della truppa. Il Pakistan ha strutture socioeconomiche pre-capitaliste: è una società élitaria, fondata sulla disegueglianza economica (i dati sulla crescita mettono il Pakistan tra i paesi a medio reddito, ma i rapporti sullo sviluppo umano lo mettono in basso: il 34% della popolazione è sotto la soglia di povertà, appena il 45% della popolazione adulta è alfabetizzata, muoiono 91 su mille nati vivi).
Il military business ‟rafforza la natura predatoria del potere politico dei militari”, dice Siddiqa. Non è difficile capire che l'influenza economica e il potere politico si rafforzino a vicenda, dove politiche sono dirette a mantenere posizioni di monopolio economico e viceversa: del resto, le èlites più deboli cercano il patronage dei militari per ritagliarsi il loro spazio. E nessun partito (cioè, nessuna élite non-militare) è mai andata al potere senza un accordo previo che l'abbia resa accettabile ai militari. E questo è storia di questi giorni: i leader dei due partiti più importanti del paese sperano di tornare al governo, e per entrambi la strada è negoziare con l'esercito del generale Parvez Musharraf.

Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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