L’ultimo scoglio che può affondare la nomina di Gabriele Galateri e Franco Bernabé al vertice di Telecom è Mediobanca, dove rimane aperto il contrasto sulle procedure e sul capo-azienda tra il presidente del consiglio di sorveglianza, Cesare Geronzi, e il presidente del consiglio di gestione, Renato Pagliaro. E’un contrasto che va capito per guardare al domani oltre il conclamato sdegno per la lentezza di decisioni che avrebbero dovuto essere prese da tempo. Per mezzo secolo, Mediobanca è stata la regista della finanza italiana grazie non solo alla sua sapienza tecnica ma anche alla posizione dominante sul mercato, all’unità d’indirizzo e a una proverbiale rapidità di decisione. Oggi, il mercato finanziario è cambiato. I confini sono caduti. E non ci sarebbe da stupirsi se i fondi, magari i fondi attivisti, stessero già studiando il dossier Telecom così come nell’inverno 1998-’99 a Londra si studiava l’Opa sulla Telecom di allora. Del resto, il titolo boccheggia su livelli che ricordano quelli dell’epoca Rossignolo e che renderebbero conveniente, almeno sulla carta, conquistare Telecom per rivenderla a pezzi, mettendo d’accordo i litiganti italiani. Con la governance dualistica, inoltre, l’unità d’indirizzo e la rapidità decisionale di un tempo appaiono meno sicure. Ne è prova l’incertezza sulla competenza a deliberare sui nomi. Formalmente, la procedura prevede che per le partecipazioni non strategiche, e Telecom sembra esser tale, sia il consiglio di gestione a decidere senza passare dal comitato nomine dei ‟sorveglianti”. Ma non c’è consiglio di gestione che possa procedere con autorevolezza se l’azionariato di riferimento si spacca. E proprio questo è avvenuto in Mediobanca sulla candidatura di Gabriele Burgio, attuale guida di un gruppo alberghiero spagnolo, Nh Hotels, che fattura un trentesimo di Telecom. Nata in piazzetta Cuccia e poi accolta da Corrado Passera, di Intesa Sanpaolo, l’ipotesi Burgio quale capo-azienda non ha convinto i soci francesi di Mediobanca. Questi ritengono che il titolo Telecom abbia grandi potenzialità inespresse e che dunque l’impresa vada rilanciata a opera di un manager che già conosca il settore e abbia le spalle abbastanza larghe per dialogare da pari a pari con pezzi da novanta come Alierta e Linares, i numeri uno e due di Telefonica appena entrati nel consiglio di Telecom. È in questo quadro che è maturata, nell’incontro tra Geronzi e Bazoli, la candidatura di Bernabé, in origine voluto dai Benetton, alla gerenza e di Galateri alla presidenza di Telecom. Del resto, l’appello alla governance non può risolvere la questione del mandato da affidare al nuovo capo-azienda. Dire che da lui ci si aspetta il massimo impegno nel creare valore per gli azionisti nel lungo periodo sarebbe un’ovvietà. Chi mai chiederebbe o prometterebbe il contrario? In realtà, il mandato, che tocca ai soci italiani di Telco definire, si gioca sui rapporti con Telefonica e con il regolatore. Parlare di Telefonica come partner industriale è un equivoco che cela un plateale conflitto d’interessi. Telefonica è un concorrente che, con abilità, ha messo un piede nella porta, non il nuovo padrone arrivato con un’Opa. Gli azionisti di Telecom avrebbero molto da imparare dal Banco Bilbao e da La Caixa, i soci eccellenti di Telefonica che ne hanno sostenuto l’eccezionale espansione, ma l’azienda Telecom non ha niente da copiare da Telefonica né sul piano industriale né nell’approccio ai mercati liberalizzati. I bilanci e la regolazione parlano da soli. Telecom può raggiungere intese con Telefonica: a patto che risultino le più convenienti all’esame di un management indipendente e capace. Non è detto, infatti, che gli interessi di Telecom debbano per forza convergere con quelli di Telefonica così come non è detto che Telecom debba affidare a priori la copertura assicurativa alle Generali, la consulenza a Mediobanca e i servizi bancari a Intesa, per il solo fatto che questi soggetti hanno una partecipazione. In Telecom il discorso sul metodo rischia di oscurare quello sul merito.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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