Nel 1988, in piena perestrojka, la rivista Novyi Mir pubblica il romanzo che aveva rifiutato trentuno anni prima, Il dottor Živago, sui numeri 1-4; dodici mesi dopo, e siamo nel 1989 cruciale, il capolavoro di Boris Pasternak esce finalmente, nell’Urss che va disintegrandosi, in volume, con una prefazione del filologo Dmitrji Lichacev che, anziché bollarlo, come s’era fatto per un trentennio, di decadente ‟individualismo”, identifica nel medico Jurij Živago un prototipo narrativo di ‟santo” di cui il romanzo racconta gli ‟exempla”. Qualche anno dopo - e questa singolare notizia la dobbiamo a Cesare G. De Michelis - è un Mikhail Gorbaciov vedovo di Raissa e convertito alla causa dell’ambientalismo miliardario che sceglie una sede davvero laterale, la prefazione a un piccolo sequel italiano, La moglie del dottor Živago, di tale Giovanni Calloni, per elargire all’opera di Pasternak il suo imprimatur da ultimo statista dell’ex-Urss.
È così che, col ritorno del testo lì dov’era nato - composto tra Mosca e la dacia di Peredelkino - e con la pubblicazione ufficiale in patria, si sigilla quella che Konstantin Polivanov, studioso di Mosca, ha agio di definire ‟una delle pagine più drammatiche della storia culturale e politica della seconda metà del Ventesimo secolo”. Ovvero la vita apolide di un libro, Živago, che nel paese del suo autore fu proibito per tre decadi e che all’autore ciononostante procurò il più famoso riconoscimento planetario, un premio che però dovette rifiutare e che si trasformò in altra persecuzione, fino alla morte avvenuta poco dopo, nel 1960.
Lì da dove cinquant’anni fa, il 23 novembre 1957, si era affacciato al mondo, in italiano, questo romanzo russo che negli undici mesi successivi sarebbe stato tradotto in ogni lingua e avrebbe condotto l’autore alla festa tragica del Nobel - nelle stanze milanesi della Fondazione Feltrinelli - una bella mostra curata dal Stefano Garzonio, fino al 4 gennaio, documenta, appunto, l’approdo finale in patria, con le pagine in cirillico della Novyi Mir dell’88 e con il volume dell’89. L’esposizione accompagna la nuova traduzione in italiano del romanzo, a opera di Serena Prina, che arriva in libreria, e un convegno che ha riunito il figlio di Pasternak, l’ottantenne Evghenji, con l’amica e fiduciaria del poeta, Jacqueline de Proyart, e un ‟panel” di slavisti: Vittorio Strada, Fausto Malcovati, i già citati De Michelis e Polivanov, Georges Nivat, Susanna Witt, e i russi, della diaspora o no, Lazar Fleishman, Marietta Cudakova, Igor Smirnov, Natal’ja Fateeva, Dimitri Segal, Vladimir Abasev, Alexandrina Vigilianskaja.
La mostra, prima di documentare l’88-89, regala altre scoperte: scandite dalle pagine dell’Autobiografia, il testo in cui Pasternak, per luminosi frammenti, racconta la sua vita tra il 1890 e la fine degli anni Venti, ci sono le fotografie del piccolo Boris col padre, l’illustratore di Resurrezione, così come il bozzetto di Tolstoj in letto di morte da questi disegnato, c’è il volto dell’amico Blok (‟Blok aveva tutto ciò che fa un grande poeta: fuoco, tenerezza, penetrazione, visione personale del mondo”), ci sono immagini di anguste stanze di legno moscovite di prima dell’Ottobre e di paesaggi italiani visitati ‟borghesemente” con la famiglia negli anni Dieci; poi, anni Trenta, c’è il giornale che annuncia il suicidio di Majakovski e, a fianco, una specie di sbigottito Pasternak a fronte d’un ritratto immenso di Stalin al Congresso degli Scrittori nel ’34; ci sono le facce sua e di Buster Keaton, che sembrano davvero gemelli separati alla nascita, secondo la divertente intuizione di Angelo Maria Ripellino. E infine tutti i documenti dell’avventura da spy story che, tra il 1956 e il 1957, legò il quasi settantenne Boris Pasternak al trentenne neo-editore milanese Giangiacomo Feltrinelli e portò allo scoop editoriale, al Dottor Živago con la copertina di Albe Steiner, ‟primo best seller dell’età contemporanea”: ecco le lettere in inchiostro viola su vergatina gialla scritte da Pasternak nel francese concordato come segnale di riconoscimento e i telegrammi, invece, in russo, segno che si trattava di messaggi impostigli dalla censura; le banconote tagliate a metà che identificavano i messaggeri di provata fede; le missive del traduttore Pietro Zveteremich, messo sotto pressione tra maggio 1956 e primavera del ’57, che - segno dei tempi - reclama il più moderno dei registratori, un ‟Geloso”, per dettare in fretta; e tutti i documenti che testimoniano ciò di cui, di più, in queste settimane si è scritto, la lotta che l’iscritto al Pci Feltrinelli ingaggiò contro la nomenklatura del suo partito.
Celebrando il cinquantennale del libro, la Feltrinelli celebra se stessa: perché fu Zivago a trasformare la giovanissima casa editrice in marchio internazionale. E a imprimerle un segno: spiega Carlo Feltrinelli come, nei mesi successivi, cominciarono ad affluire più manoscritti stranieri che italiani, il che, s’intuisce, avrà contribuito al taglio cosmopolita dell’etichetta. Il versante ‟interno” dell’operazione Pasternak è stato ben raccontato già dal ’99 dallo stesso Carlo in Senior service, la biografia paterna in cui ha documentato la posizione del Pci così come il ruolo del ‟mediatore” Sergio D’Angelo (e certe successive sorprese da questi riservate). Di inedito, a noi, le giornate milanesi hanno svelato altro: in che modo Il dottor Živago, dopo trent’anni di vita apolide, è diventato ciò che era per nascita, un romanzo russo. Con lo scorno di apparire in una Urss agli sgoccioli, frastornata dai mutamenti. Dove l’eresia del dottor Jurij Živago - che in fondo era consistita nel suo essere umano troppo umano - apparve, ultima postuma ferita per il grande Boris Pasternak, come uno scandalo impallidito.

Torna alle altre news >>