La stagione della Filarmonica della Scala sfoggia molto Novecento storico e giovani bacchette. Ma all’inaugurazione c’è Daniel Barenboim, che giovanissimo non è ma di fatto debutta con l’orchestra milanese sotto il vessillo Filarmonica. Non si tratta della consueta ospitalità che si risolve nel fare quattro prove, lasciare un’idea interpretativa e ciascuno avanti per la propria strada. Sulla locandina del concerto si poteva scrivere: lavori in corso. Con la Filarmonica il maestro scaligero è venuto a iniziare un percorso wagneriano dalle fondamenta. C’è ‟Tristan und Isolde” tra un mese e tanto altro in un futuro nemmeno troppo remoto. Non a caso la serata prevede un tutto Wagner nella seconda parte. E dalle prime note del corale che apre l’Ouverture di Tannhäuser si capisce che direttore e professori d’orchestra vanno tutti, con palpabile complicità, nella direzione di una profondità di suono che non è tipica di quest’orchestra, che pure ha tante altre qualità. E non tutto riesce perfetto: i secondi violini non rispondono come i primi, ad esempio. Non è la ricerca della «verticalità» tedesca, è un’idea di suono possente ma dinamico, quella che Barenboim detta ai Filarmonici. Mai visto il musicista argentino dirigere così tanto, controllare in modo così maniacale ogni dettaglio. A un tratto finisce con un piede fuori dal podio, quasi perde l’equilibrio. A fine serata avrà il pallore in volto dell’artista esausto. Ma la fluidità che risulta faticosa in Tannhäuser arriva splendida e gloriosa nei passi dalla Götterdämmerung, quando il teatro è investito da un mare di suono come non si è mai sentito. È l’acme della serata. Musica bella da impazzire e suonata divinamente. Se ‟Tristan” sarà così, c’è da mettersi subito in fila. Meno radiosa del previsto la danza di contrappunti del Preludio dai ‟Meistersinger von Nürnberg”. Il direttore attacca quel do maggiore appena dopo la fine del do minore della marcia funebre e trova professori impreparati: chi attacca, chi no. Dura ritrovare l’altissima concentrazione che l’orchestra ha dimostrato fin lì. Comunque, un bel sentire. Nella prima parte c’era l’intelligenza formale del Bartók del Concerto n.2 per pianoforte. Bene, nitida, l’orchestra. Il solista Lang Lang si sa districare nella giungla di note. Ha suono piccolo ma idee chiare. Simpatico il bis: il 25enne cinese e lo stesso Barenboim suonano a 4 mani, divertendosi un mondo, una Marcia di Schubert.
Daniel Barenboim

Daniel Barenboim

Daniel Barenboim (1942) è un pianista e direttore d'orchestra argentino-israeliano. A sette anni dà il suo primo concerto ufficiale nella sua città. Nel 1952 si trasferisce con la famiglia in Israele. A dieci anni debutta come pianista a Vienna e a Roma, poi a Parigi nel 1955, a Londra nel 1956 e a New York nel 1957 sotto la direzione di Leopold Stokowski. Da allora compie regolari tournée in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America, in Australia e in Estremo Oriente. Dal 1975 al 1989 è Direttore musicale dell’Orchestre de Paris, dal 1991 al giugno 2006 Direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra. Dal 1992 è Generalmusikdirektor della Staatsoper Unter den Linden di Berlino, di cui è stato anche Direttore artistico dal 1992 all’agosto 2002. Nell’autunno 2000 la Staatskapelle di Berlino lo ha nominato Direttore principale a vita. Nel 2007 è stato insignito del titolo di Maestro scaligero del Teatro alla Scala di Milano. Nel 1999 fonda insieme a Edward Said la West-Eastern Divan Orchestra, formata da giovani musicisti di Israele e dei paesi arabi. Nel 2007 è stato onorato in Giappone del Praemium Imperiale per la Cultura e le Arti e nominato Ambasciatore delle Nazioni Unite per la Pace dal Segretario generale Ban Ki Moon. Ha pubblicato anche A Life in Music (1991, 2002), Paralleli e paradossi (con Edward Said; il Saggiatore, 2004), Dialoghi su musica e teatro. Tristano e Isotta (con Patrice Chéreau; Feltrinelli, 2008), La musica è un tutto (Feltrinelli, 2012; Ue, 2014), La musica sveglia il tempo (2013) e ha scritto la prefazione a Insieme. Voci della West-Eastern Divan Orchestra (Feltrinelli, 2009) di Elena Cheah.

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