Gli illustri scienziati con i quali condivido il più grande onore della mia vita accettando questo premio ci hanno messo davanti a una scelta precisa, quella tra due futuri diversi. È una scelta che mi riporta in mente le parole di un antico profeta: ‟Vita o morte, benedizione o maledizione. Scegli dunque la vita, perché tu possa vivere, tu e i tuoi discendenti”. Il nostro pianeta ha la febbre. E la febbre sta salendo. Gli esperti ci hanno messo in guardia: non è una malattia passeggera che guarirà da sola. Abbiamo voluto chiedere una seconda opinione. - E poi abbiamo chiesto una terza. E una quarta. E siamo pervenuti a una conclusione coerente con le altre, formulata con crescente allarme: qualcosa di fondamentale sta andando storto. Quel qualcosa siamo noi. Ora è nostro compito porre rimedio alla situazione. Il 21 settembre scorso, mentre l’emisfero settentrionale si allontanava dal Sole, gli scienziati hanno riferito con un’angoscia che non aveva precedenti che la calotta di ghiaccio del Polo Nord "stava andando a pezzi". Da uno studio è risultato che tra meno di 22 anni potrebbe essere completamente scomparsa in estate. Un altro studio, che sarà presentato dai ricercatori della Marina degli Stati Uniti alla fine di questa settimana, ritiene invece che ciò potrà accadere tra soli sette anni. Sette anni a partire da adesso~ Negli ultimi mesi è diventato quanto mai difficile fraintendere i segni che il nostro mondo sta lanciando per comunicare che qualcosa non va. Le più importanti città dell’America del Nord e del Sud, dell’Asia e dell’Australia sono pressoché prive di acqua per le gravi siccità che le hanno colpite e per i ghiacciai che si sciolgono. I coltivatori sono disperati perché stanno perdendo i loro mezzi di sussistenza. I popoli dell’Artico e delle isole piatte del Pacifico stanno programmando di evacuare quei luoghi che per lungo tempo hanno chiamato patria. In un Paese, incendi senza precedenti che si sono diffusi in un lampo hanno costretto circa mezzo milione di persone ad abbandonare le loro case, provocando un’emergenza nazionale che ha quasi fatto cadere il governo in carica. I profughi per ragioni climatiche sono sfollati in aree già abitate da gente con culture, religioni e tradizioni diverse, moltiplicando di fatto le potenzialità di un conflitto. Anomale tempeste nel Pacifico e nell’Atlantico hanno minacciato intere città. Milioni di persone sono sfollate per le violente inondazioni nell’Asia del Sud, in Messico e in altri 18 Paesi africani. Per l’aumento dei massimi delle temperature, decine di migliaia di persone hanno perso la vita. Incessantemente bruciamo e abbattiamo le nostre foreste, facendo sì che sempre più specie si estinguano. La catena della vita dalla quale noi stessi dipendiamo si è rotta, è ormai sfilacciata. Nel corso degli anni trascorsi da quando questo premio è stato consegnato per la prima volta, i rapporti tra gli uomini e la Terra si sono radicalmente trasformati. E ciò nonostante, noi siamo rimasti pressoché ignari dell’impatto delle nostre azioni complessive. In realtà, quasi senza accorgercene, abbiamo iniziato a dichiarare guerra al nostro stesso pianeta. Ormai noi e il clima della Terra siamo bloccati in un rapporto molto familiare agli strateghi bellici, quello della "distruzione reciproca garantita". Oggi la scienza ci mette in guardia. Ci dice che se non riduciamo quanto prima possibile l’inquinamento che provoca il riscaldamento globale che intrappola gran parte del calore che il nostro pianeta di norma irraggia dall’atmosfera, corriamo il pericolo di creare una permanente "estate carbonifera". Questa nuova consapevolezza comporta di espandere le possibilità intrinseche di tutto il genere umano. Gli innovatori che escogiteranno un nuovo modo di imbrigliare l’energia solare per qualche penny o che inventeranno un motore che non produce anidride carbonica possono vivere indifferentemente a Lagos, Mumbai o Montevideo. Dobbiamo garantire che gli imprenditori e gli innovatori di ogni parte del pianeta abbiamo l’occasione di cambiare il mondo. Quindici anni fa esposi queste stesse ragioni all’"Earth Summit" di Rio de Janeiro. Dieci anni fa le presentai a Kyoto. Questa settimana solleciterò i delegati di Bali ad adottare un coraggioso mandato per un trattato che stabilisca una soglia massima globale universale per le emissioni e usi il mercato di scambio delle emissioni stesse per allocare in modo efficiente le risorse a coloro che sapranno presentare le opportunità più efficaci per ridurre rapidamente le emissioni. Il nostro mondo ha bisogno di un’alleanza, specialmente tra quelle nazioni che pesano di più sulla bilancia nella quale la Terra è in bilico. Voglio rendere omaggio all’Europa e al Giappone per i progressi che hanno compiuto negli anni recenti per far fronte a questa sfida e anche al nuovo governo australiano, che ha fatto della soluzione della crisi del clima la sua principale priorità. Sappiamo però che i risultati saranno influenzati in maniera decisiva da due nazioni che oggi non stanno facendo abbastanza, Stati Uniti e Cina. Mentre anche l’India sta rapidamente guadagnando importanza, deve essere assolutamente chiaro che i due Paesi che emettono biossido di carbonio in maggiore quantità rispetto a qualsiasi altro Paese - e più di tutti gli altri, il mio stesso Paese - dovranno prendere le decisioni più coraggiose e agire oppure rispondere della loro inattività davanti al tribunale della Storia. Entrambi questi Paesi dovrebbero smettere di addurre a pretesto per la loro inattività e la loro paralisi il comportamento dell’altro, e sviluppare invece un’agenda di mutua sopravvivenza in un ambiente globale comune. Questi sono gli ultimi pochi anni che ci restano a disposizione per prendere una decisione, ma possono essere i primi di un futuro luminoso e roseo, se sapremo fare ciò che occorre. Nessuno deve poter credere che trovare una soluzione sarà possibile senza sforzi, senza costi, senza cambiamenti. Ammettiamo invece che se intendiamo davvero recuperare il tempo sprecato e tornare ad avere autorità morale, questa è la dura verità. La strada che abbiamo davanti è difficile. Il limite estremo di ciò che attualmente consideriamo fattibile è di gran lunga inferiore a ciò che dovremo realmente fare. Oltre tutto, tra il dire e il fare c’è l’ignoto, c’è l’ombra. Ciò sta a indicare che dobbiamo espandere i confini di ciò che è possibile. Per dirla con il poeta spagnolo Antonio Machado: "Oh tu che cammini sul sentiero, il sentiero non c’è. Te lo devi creare a mano a mano che cammini". In questo momento noi ci troviamo al crocevia più fatale di quel sentiero. Ma vorrei terminare come ho iniziato, con la visione di due futuri possibili - ciascuno dei quali è per altro una tangibile e concreta possibilità - e con la preghiera di riuscire noi tutti a vedere con chiarezza la necessità di scegliere tra questi due futuri, e con l’urgenza di compiere adesso la scelta giusta. Il grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen scrisse: ‟Uno di questi giorni, la generazione più giovane verrà a bussare alla mia porta”. Oggi il futuro sta già bussando alla nostra porta. Adesso. Non lasciatevi trarre in inganno: la prossima generazione ci porrà soltanto una di due domande possibili. O ci chiederà: ‟Ma che cosa avevate mai in testa? Perché non avete fatto niente?”, oppure ci chiederà: ‟Come siete riusciti a trovare il coraggio morale di muovervi e di risolvere con successo una crisi che molti avevano definito impossibile?". Abbiamo tutto ciò che ci serve per iniziare, salvo, forse, solo la volontà politica. Ma la volontà politica è una risorsa rinnovabile. Rinnoviamola, allora, e dichiariamo tutti insieme: ‟Abbiamo uno scopo. Siamo tanti. Per questo scopo ci muoveremo e agiremo". © THE NOBEL FOUNDATION 2007 - Traduzione di Anna Bissanti

Torna alle altre news >>