Ogni Paese, in Europa, ha una sua tradizione per celebrare il fine d’anno e il solstizio d’inverno, una tradizione a volte ancora segnata da tracce di riti e usanze pagane che si intravedono dietro la festa cristiana. Di solito ogni tradizione si compone di due narrazioni, una di cattiveria e di egoismo, l’altra di buoni sentimenti, che poi generano doni.
Nella buona letteratura europea è toccato a Charles Dickens il compito di unire le due storie: l’uomo cattivo e insensibile agli altri, tormentato dai fantasmi del suo egoismo, alla fine deve cedere alla spinta non resistibile della bontà.
Dickens era uno scrittore realistico, con forte coscienza sociale, si direbbe oggi. Ma quel racconto, quando il cattivo signor Scrooge non riesce più a tener testa al fiume di buoni sentimenti, è sempre una fiaba? Non sempre. A volte è politica.
Per esempio la Svizzera. Forse non c’entra il Natale. Ma il governo e il Parlamento di quel Paese hanno deciso, nei giorni scorsi, di rimuovere il signor Blocher dal compito di capo del governo che gli era stato assegnato dopo una clamorosa vittoria elettorale. Blocher è un miliardario e un razzista, ha finanziato senza limiti la peggiore campagna elettorale del suo Paese, ha vinto con largo margine e si è insediato al centro del potere. Ma qui comincia il secondo racconto. Blocher ha coperto la Svizzera di manifesti in cui compare il volto di un immigrato nero e la frase ‟non venire, qui morirai di fame”. Per dire: ‟Noi, a te, non daremo lavoro”. Chi concepisce manifesti del genere ha anche un suo linguaggio da cui non può separarsi. E dunque la Svizzera - che pure aveva votato Blocher dopo essere stata travolta da un’ondata di paura per lo straniero - ha dovuto chiedersi se accettare come identità del Paese quei manifesti, quelle parole, quel personaggio. Ha deciso di no. Ha chiesto a Blocher di farsi da parte, anzi glielo ha imposto. Il suo partito ha vinto e potrà indicare un’altra persona per guidare il governo. Ma non Blocher, non il peggio. Un Paese ha una dignità e un’immagine che non possono coincidere con la visione rigorosamente razzista del miliardario Blocher.
È lo stesso percorso lungo il quale, anni fa, ma in questa stessa imperfetta Europa contemporanea, i francesi hanno detto no al razzista Le Pen e gli austriaci si sono liberati di un premier come Haider. La democrazia arriva carica di errori ma, specialmente se assistita dal Babbo Natale della stampa libera, sa dove scaricare il carbone e come sgombrare il campo da ciò che offende i cittadini e il comune senso del pudore. È lo stesso percorso, il racconto di Natale con il cattivo che deve arrendersi al bene, che si è compiuto in questi giorni in California. Nella prima parte del racconto il presidente americano Bush oppone il suo veto alla legge ‟socialista” appena approvata dal Congresso che prevede cure mediche gratuite per tutti i bambini d’America. Ma la seconda parte del racconto è la più interessante: il governatore Schwarzenegger, repubblicano come Bush ma umano come il Congresso democratico, ha presentato la sua legge salva-bambini. Tutte le cure sono gratuite e durano finché dura la malattia, non fino alla scadenza dell’età infantile.
L’Italia entra in questa tradizione della storia buona di Natale con la tenacia e la bravura con cui ha proposto - e ottenuto da un primo voto della Assemblea Generale dell’Onu - la sospensione delle esecuzioni (moratoria) della pena di morte nel mondo. Ha usato un misto di tenacia e prudenza, di ostinazione e rispetto, di gentilezza e fermezza che onora il Governo italiano e l’azione del suo ministro degli Esteri (altri governi, distratti o neghittosi, non si erano mai impegnati tanto). Ma senza dimenticare che quel modello di comportamento ha la sua impronta originaria nella storia dei radicali di Pannella e Bonino, tante battaglie perdute, tante battaglie mai finite, alcune vittorie che hanno cambiato il Paese Italia. Una, quest’ultima, che - dalle tre stanze di una stradina di Roma, potrà forse cambiare il mondo. Non c’è esagerazione nel dirlo, soltanto cronaca, cronaca di Natale, se pensate quanto ha contato il simbolo di una ‟Marcia di Natale” contro la pena di morte a cui ha partecipato anche Giorgio Napolitano che allora non era ancora Capo dello Stato.
Ma poi l’Italia ne esce bruscamente con alcune vicende diverse e tristi, altrettanto coinvolgenti perché in nessuna di esse si vede l’uscita di sicurezza, quell’esito inaspettato e risolutivo che tutte le tradizioni narrative hanno sempre proposto.
La prima vicenda riguarda l’orrore del lavoro oggi in Italia, quel padre che, accanto al figlio morto bruciato a Torino, rimprovera se stesso per avere esortato suo figlio ad accettare il lavoro alle acciaierie ThyssenKrupp. ‟È un lavoro fisso, dura tutta la vita” avrà detto il padre che vedeva intorno le fila sconsolate dei ragazzi precari. La vita, nel caso di quel ragazzo e dei suoi compagni morti bruciati, è durata solo 26 anni.
E diciamo la verità. Quella vicenda l’abbiamo celebrata come una disgrazia grave ma che nella realtà può sempre accadere. Si fa un funerale in televisione, si fa un minuto di silenzio e poi si va al prossimo convegno sul costo del lavoro, sulla competitività e sulla celebrazione della flessibilità come sola strada - ti dicono - che porta al futuro.
Possibile che tanti esperti, anche con rilevanti curricula accademici, non si siano accorti che, togliendo ogni attenzione rispetto, rilevanza del lavoro, visto come ‟problema” invece che come l’altra parte del capitale, si semina morte? Possibile che non si veda il filo di connessione fra lo screditamento sistemativo del lavoro, presentato come la retroguardia frenante di imprese che altrimenti prenderebbero il volo, e il moltiplicarsi dei morti, che si accumulano anche mentre sono in corso celebrazioni di altri morti? In questa vicenda la seconda parte della storia - per esempio un convegno in cui almeno simbolicamente imprenditori ed esperti si occupano delle condizioni del lavoro, oggi, in Italia, non gente di sinistra, solo gente normale - continua a mancare. E il Natale di chi lavora, affannato anche dalla impennata dei costi di tutto, rimane disadorno.
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Poi c’è la Lega. Parlo del partito di Bossi, della sua vitalità tetra e punitiva, sempre in cerca del peggiore alleato e del nemico da indicare alla folla. La Lega è il braccio armato di Berlusconi. Rappresenta tranquillamente le cose peggiori, nel più squilibrato dei modi (nel senso di incoerente, contraddittorio, pericoloso). Ma i leghisti dicono anche le cose più disumane, sicuri che tra minacce fisiche e intimidazioni a giornali spaventati dal boicottaggio, la passeranno liscia anche quando superano un segno che nessun paese europeo si sentirebbe di tollerare. Il segno lo hanno certamente passato nella loro manifestazione di Milano a sostegno dei ‟sindaci padani”. Che cosa vuol dire oggi, in Italia, ‟sindaco padano”? Vuol dire assumersi l’autorità, che non hanno, di espellere chi vogliono, quando vogliono, di proibire ai bambini immigrati la scuola e persino l’asilo, un tipo di barbarie di cui non si ha notizia in tutto il mondo civile. Basta dichiarare che le persone, le famiglie espulse, non hanno lavoro certo e reddito fisso, come tutti gli immigrati del mondo. È una regola che avrebbe cancellato tutta l’immigrazione italiana, irlandese, ebrea nell’America di cento anni fa, ovvero coloro che, con genio e lavoro, hanno fatto grande e unico quel Paese. Sarebbe importante leggere la storia di quelle ondate di immigrazione. Negli Stati Uniti, si studia fin dalle scuole elementari: quasi nessuno, di quei disperati immigranti, ha avuto per anni un lavoro fisso o un reddito certo, due tratti che sono per forza estranei alla vita dei poveri in cerca di sopravvivenza, anche perché, nel mondo disordinato di allora, nel mondo disordinato di adesso, tra necessità e pregiudizio, tra bisogno di sopravvivenza e ricerca di qualcuno che faccia mestieri che nessuno fa, il raccordo si forma faticosamente e senza simmetrie istantanee, che sono pura finzione.
Le patetiche figure dei cosiddetti ‟sindaci padani” che preparano il clima per disumane iniziative tipo Gentilini e Borghezio, vengono avanti con la sciarpa verde invece della sciarpa tricolore, che indossano i sindaci italiani. E’ un gesto che non potrebbero compiere in nessun altro angolo d’Europa. E in mezzo a loro, come in un vecchio film di Bob Hope, ma senza allegria, spuntano le facce dei patriottici esponenti di Alleanza Nazionale La Russa e Ronchi. Applaudono e approvano (cosa c’è di meglio di uno sfregio al Tricolore per le due faccine del partito nazionalista italiano?) e dicono ai giornali con una voce sola: ‟i rapporti con la Lega sono sempre stati ottimi”. Sul fondo si ode la folla che urla ‟secessione, secessione”.
Qualcuno più attento di loro (fra i grandi quotidiani italiani, Alessandro Trocino, Il Corriere della Sera, 17 dicembre), si è accorto dell’altro grido della folla leghista: ‟Montalcini fa in fretta, c’è Biagi che ti aspetta”. Ma la maggior parte dei giornali, benevoli e guardinghi come al solito, quando trattano della Lega, saltano le invocazioni barbare e i ricorrenti riferimenti ai fucili e si sentono più al sicuro descrivendo così il capo lega Bossi, inventore della peggiore e più umiliante politica italiana: ‟Mezzo toscano in bocca, la voce roca per il gran freddo, il leader della Lega si affaccia sul palco in piazza del Duomo per gli auguri di Natale e cantare ‘Oh mia bela madunina’”. Potrebbe essere, per un lettore inconsapevole della cattiveria volgare che dilaga in Italia, il ritratto di un Pertini o di un Altiero Spinelli in versione popolare. Eppure - mentre la folla ripete ‟Montalcini fa in fretta, c’è Biagi che ti aspetta” - il capo del braccio armato di casa Previti e casa dell’Utri scandisce: ‟Il Paese è stufo di illegalità, non toccate i sindaci padani se no mi muovo io...”. Un po’ imbarazzante,d’accordo, se non ci fosse anche la minaccia fisica. Bossi sta di nuovo annunciando che dispone di squadre pronte a mobilitarsi. Verranno avanti dalla mucillagine, la metafora triste con cui De Rita e il Censis hanno descritto l’Italia di oggi. Certo l’Italia di Bossi.
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Intanto al Senato, il capo lega padano Castelli si alza ogni cinque minuti per difendere con furore e passione l’ex comandante italiano della Guardia di Finanza, il generale Speciale, più noto per le sue vacanze in aereo di Stato che per le sue battaglie alla malavita. E mentre la vera Guardia di Finanza alacremente lavora (e con successo) a stanare evasori miliardari, Castelli e l’intero gruppo degli allegri senatori leghisti - che applaudivano in prima fila a Venezia, quando Bossi spiegava come usare la bandiera italiana nel cesso - si alzano come una squadrone di fedeli alla patria e alla tradizione nazionale, per elogiare, esaltare e invocare il generale disubbidiente. Certo non celebrano le tasse, che maledicono in ogni altro intervento, spiegando che Padoa Schioppa e Visco e le tasse hanno ridotto il Paese in rovina. Le loro invocazioni inneggianti a un ex generale della Repubblica italiana la cui unità essi tuttora contestano si deve al comprensibile furore per un mancato golpe. Nel cielo vuoto della cattiva politica i tratti di volgarità si riconoscono affini e si associano in un vincolo fondato sulla invettiva.
‟Montalcini fa in fretta, c’è Biagi che ti aspetta”. Come vedete la storia italiana di Natale non finisce bene, non per ora, non con questa gente, non in questo Natale. Ed è ancora più triste, in giorni come questi, che i difensori degli embrioni e della famiglia non abbiano sentito il bisogno di schierarsi subito dalla parte degli immigrati che stanno per essere deportati dai sindaci in sciarpa verde, se scoperti ad essere poveri.
Ed è triste che finora non abbiano avuto nulla da dire sulla infinita volgarità della folla (che forse, per fortuna, non era folla) di piazza del Duomo, a Milano. Non sto cercando il lieto fine che non c’è. Sto dicendo che se coloro che si stringono intorno al Papa si ritrovassero a anche intorno alla comune difesa di alcuni grandi valori umani, comincerebbe la costruzione del legame di cui abbiamo disperatamente bisogno.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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