Il minuto di silenzio, osservato dall’assemblea dei soci ThyssenKrupp in memoria dei 4 operai morti a Torino, è un segno di rispetto, ma non può nascondere un’ambiguità amara: la crescita dei profitti, che l’assemblea celebra, ha qualcosa a che fare con il sangue versato. Del resto, oggi sono azionisti i padroni delle ferriere quanto i fondi pensione dei dipendenti. Globalizzazione, flessibilità, massimo ritorno sul capitale: la tragedia svela di che lacrime grondino e di che sangue quando diventino feticci di un nuovo integralismo anziché fenomeni inevitabili e obiettivi legittimi, e però governabili con il senso del limite. La ThyssenKrupp, allora soltanto Krupp, acquisì lo stabilimento piemontese dall’Iri nel 1994. Ebbene, in 13 anni i tedeschi non hanno trovato il tempo e i soldi per applicare alla linea 5 di Torino la barriera d’azoto della gemella di Essen, che, dice La Stampa, avrebbe potuto evitare la strage. Dei 9 operai coinvolti nell’incidente, 3 stavano facendo 4 ore di straordinario in aggiunta alle normali 8 in uno stabilimento che chiuderà l’anno prossimo e, nel frattempo, intende tener fede ai programmi di produzione nonostante in pochi mesi se ne sia andata la metà del personale più qualificata e dunque più consapevole dei pericoli. L’incidente è avvenuto nella notte, quando prevale la stanchezza. Con salari bassi e la disoccupazione in vista, gli operai torinesi hanno accettato rischi che i loro colleghi tedeschi, meglio garantiti, non avrebbero tollerato. In Italia, le leggi di prevenzione esistono. Ma se i responsabili della sicurezza sono condizionati dagli obiettivi produttivistici e dai vincoli di spesa decisi dall’alto per avere i risultati necessari a sostenere le quotazioni del titolo, la legge 626 resterà una grida manzoniana. Se i sindacati sono deboli, verrà meno pure il controllo sociale. E oggi i sindacati, anche la Fiom-Cgil, sono deboli perché non hanno più una rete di delegati capace di leggere il processo produttivo. In Germania, la sicurezza è codecisa da direzione e rappresentanze dei lavoratori. In Italia no. Il sindacato ha diritto all’informazione e, se del caso, alla vertenza. Il sistema tedesco sopravvive al variare dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, quello italiano si arenò negli anni ‘70 quando il sindacato dei consigli non volle istituzionalizzarsi per non perdere la verginità rivoluzionaria. Comunque sia, adesso, sindacati e governi potrebbero chiedere alle multinazionali di dichiarare Paese per Paese il costo del lavoro e la composizione del personale, le spese e gli investimenti per la sicurezza, gli infortuni e le malattie professionali dei propri dipendenti e di quelli delle ditte appaltatrici. L’informazione è potere. E responsabilità. Le burocrazie sindacali e aziendali hanno spesso preferito la mistica del conflitto e l’ipocrisia sovietica dei bilanci sociali. Agli analisti della City certe notizie non interessano. Ma una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbe pretenderle. Anche per dare alle Cine del mondo un mattone per farsi le loro Ig-Metal o, almeno, le loro Fiom, premessa per avere di là più sicurezza e di qua meno dumping sociale.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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