Vorrei associarmi, con tutta la serenità ma anche con tutta la gravità possibile, all’editoriale di Miriam Mafai di ieri. "La stagione della laicità e dei diritti civili sta alle nostre spalle", scrive Mafai, archiviando come "la prima sconfitta del Partito democratico" l’incapacità del Comune di Roma di dotarsi di un’anagrafe delle unioni civili. Nelle stesse ore la Francia di Sarkozy approvava il "divorzio breve", mentre la nostra indecente destra, clericale nella sua interezza nonostante i suoi quattro-leader-quattro divorziati, chiedeva che il Campidoglio si pronunciasse per la "difesa della famiglia tradizionale". Di questa ridicola doppiezza, in fin dei conti, ci importa poco. Ci pesa assai, piuttosto, il sospetto sempre più forte che il Partito democratico sia minato alla nascita da una "questione vaticana" che c’entra molto poco con la (benvenuta) pluralità delle culture e delle tradizioni politiche che lo compongono. Un conto è essere cattolici, un conto credere che una morale confessionale possa essere imposta a tutti come morale di Stato. Gran parte dell’elettorato potenziale è potenzialmente già deluso: non è un po’ presto?

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