Ogni volta che sento dire "Barack Obama è il nuovo Kennedy" tremo per lui. Quella che chiamiamo con qualche generosità, e con molta fede, "la più grande democrazia del mondo", ha saputo divorare uno per uno, infallibilmente, tutti i suoi leader riformatori, dai due Kennedy a Luther King. Per mani mafiose, o razziste, o semplicemente per la vena di violenta follia che ne sconquassa lo spirito, l’America ha aperto tante "nuove frontiere" quante ne ha chiuse a revolverate. Barack è formidabile. È un oratore contagioso e visionario, però mai querimonioso, invita i poveri e i deboli a piantarla di lamentarsi e a darsi da fare. Il suo è uno staff di ragazzi, moltissimi sotto i trenta. È un nero post-nero, orgoglioso delle radici africane ma altrettanto radicalmente cittadino americano e del mondo, e fa sembrare l’intera questione etnica quel putrido vecchiume che merita di essere. Credenti o miscredenti, conviene sperare che l’angelo custode di Obama esista, e che sia di quelli molto tosti.

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