Gli ultimi sussurri della corte del Negus prima della carneficina, il crollo del regime dello Scià iraniano, i sussulti della decolonizzazione in Africa, l’inverosimile guerra del football che ha sconvolto l’America Centrale, tutto sembra così lontano dalla tranquilla casetta di un quartiere residenziale di Varsavia dove vive e lavora l’uomo che ha visto tutto questo e l’ha saputo far rivivere per i suoi lettori trasmettendone senso e colore meglio di qualsiasi altro giornalista.
Ryszard Kapuscinski è un ‟caso”: giornalista polacco dal nome impronunciabile per i non iniziati, al servizio della modesta agenzia di stampa della Polonia popolare. ha saputo superare
questi handicap. o piuttosto sfruttare questi vantaggi, per scrivere dei libri tradotti nel mondo intero. L’ultimo pubblicato in Italia, In viaggio con Erodono (ma in agosto uscir un nuovo volume, Autoritratto di un reporter, scritto a molte mani da lui e da tanti suoi intervistatori), ci riporta ai primi momenti della sua carriera, in una Polonia appena emersa dallo stalinismo, dove, per la prima volta, un giovane reporter viene inviato in India, via Roma, per l’eccellente ragione che Nehru ha fatto un viaggio a Varsavia e che in alto loco si ritiene opportuno parlare un po’ di questo Paese ai lettori de ‟Lo stendardo dei giovani”, organo della Gioventù Comunista.
Strano reporter, che dispone solo di qualche vaga nozione d’inglese e di una traduzione di Erodoto, ricevuta dalla caporedattrice a mo’ di viatico, traduzione a lungo bloccata dalla censura del regime, nel timore che certi ritratti di antichi tiranni sanguinari possano suscitare nei lettori malsani accostamenti.
Siamo nel 1956, e Kapuscinski dovrà trattenersi in India per sei mesi, dal momento che la crisi di Suez e la conseguente chiusura del canale gli impediscono di imbarcarsi sul piroscafo polacco previsto per il ritorno. L’anno dopo sarà la volta della Cina dei Cento Fiori; ci entra a piedi e riesce perfino a farsene un’idea a dispetto della costante sorveglianza del ‟compagno Li” (l’interprete che il regime gli ha appiccicato a fianco, ndr), Tornato a Varsavia, troverà che nel frattempo la redazione dove lavora è stata chiusa dal regime di Gomulka. che dà i primi giri di vite proprio nel momento in cui, anche a Pechino, i Cento Fiori appassiscono. India e Cina, due universi sterminati e impenetrabili, destinati a lasciargli un senso d’impotenza, di sconfitta, e il convincimento che arrivare a conoscerli o anche solo sfiorarli richiederebbe una dedizione totale ed esclusiva, e l’inaccettabile rinuncia alla propria vocazione di curioso e giramondo.
Non gli resta che trovare un altro lavoro, cosa non semplice, dal momento che, come a tutti i componenti della sua vecchia redazione, gli è stata tolta la facoltà di firma. Approderà alla Pap, l’Agenzia polacca di stampa, dove ricoprirà un improbabile incarico di unico corrispondente estero dall’Africa, tra il ‘62 e il ‘66, e inseguito, dal ‘67 al ‘72, di corrispondente (sempre unico!), dall’America latina. Paradossalmente, nel sistema socialista dell’epoca, in quanto giornalista d’agenzia, gode di uno straordinario privilegio: ciò che gli viene richiesto è descrivere, senza alcuna remora ideologica, tutto quello che vede e riesce a cogliere di una situazione: il testo sarà poi pubblicato sul ‟bollettino speciale” dell’agenzia, riservato in esclusiva ai quadri dirigenti del partito, mentre sarà cura di un redattore confezionare la versione tagliata e politicamente corretta per i giornali polacchi: in pratica è un giornalista Ed è anche un giornalista ‟povero”: non solo un proletario della professione, ma un uomo che sa cos’è la miseria, per averla vissuta di persona. ‟In Africa ho ritrovato me stesso e la mia casa”. Del resto, all’ingresso del suo studio stanno appese, una sopra all’altra, una foto della sua casa natale e una cartina dell’Africa.
Kapuscinski è nato a Pinsk. nel 1932. in una regione allora polacca, oggi appartenente alla Bielorussia, dove i suoi genitori erano stati mandati in qualità di insegnanti. E dove regnava una miseria nera: ‟La gente non aveva neanche il coltello, dovevano tagliare il burro con le dita, dopo averlo fatto scaldare; i bambini non avevano idea di cosa fosse il pane, mangiavano delle specie di gallette. Era una regione che venivano a studiare gli antropologi!”. Poi ci fu l’occupazione sovietica: suo padre, destinato all’eliminazione in quanto funzionario dello Stato polacco, riuscì a nascondersi; lui, con la madre, passò nella parte della Polonia occupata dai tedeschi.
I ricordi di quel periodo sono suo padre alla macchia che combatte nelle file della Resistenza, ma soprattutto la fame, i suoi tentativi di vendere ‟certe saponette verdi” per potersi comprare delle scarpe, in vista dell’inverno. ‟So cosa vuoi dire camminare a piedi nudi, e questo aiuta a capire. Ancora adesso io mi sento un po’ a disagio negli alberghi di lusso: mi sento più vicino ai nomadi, alla gente semplice”. Allo stesso tempo, per gli Africani, il fatto che lui sia polacco e che provenga da un Paese socialista, non ha alcuna importanza:
‟Per loro io ero semplicemente un Bianco: ed è in Africa che ho scoperto di essere bianco”. E questo tema, nelle sue diverse declinazioni, ritorna di continuo nel suo ultimo libro e nel corso della sua conversazione: ‟ impossibile identificare la propria cultura se non ci si è prima confrontati con le altre”. Ed è quello che ha fatto il suo illustre predecessore Erodoto, passando la vita alla scoperta di mondi diversi dal suo ‟con l’energia e l’entusiasmo di un bambino, animato da una certezza che noi abbiamo perduto da tempo: e cioè che descrivere il mondo è possibile. È davvero possibile? Certo, ma bisogna anche saperlo fare; Erodoto non era soltanto ‟un reporter di razza ma anche un eccellente narratore”.
E per forza, dal momento che finanziava i propri viaggi raccontando a piccoli gruppi di ascoltatori le storie che aveva racimolato qua e là. Per Kapuscinski il ‟finanziatore” era, almeno all’inizio, l’agenzia Pap, e i servizi che inviava ‟il prezzo da pagare per poter scrivere dei libri”. Perché a poco a poco capisce che non ci si può accontentare di riferire gli avvenimenti, che bisogna provare a ‟capire”. E questa intuizione diviene certezza definitiva ad Algeri, in occasione del colpo di stato di Boumediene contro Ben Bella, nel ‘65: non c’era niente da vedere, non un segno tangibile nelle strade, niente da descrivere, niente da inviare: ‟È stato proprio là, ad Algeri”, scrive. ‟dopo anni di lavoro da reporter, che ho cominciato a capire di avere imboccato una strada sbagliata, che non è possibile comprendere il mondo semplicemente attraverso quello che ci mostra nel momento delle tensioni più drammatiche, nell’ora degli spari e delle esplosioni.
Comincerà perciò a prendersi i propri tempi, ad ascoltare, a passeggiare, a guardare. ‟Quello che c’era di buono nei colpi di Stato è che il primo riflesso dei loro autori era sempre di tagliare le comunicazioni - all’epoca, il telex -. Era una vera benedizione, finalmente si poteva lavorare con tranquillità”.
Il risultato saranno i suoi libri: stupefacenti ritratti a tutto tondo di fatti che erano apparsi fino allora solo nel loro aspetto superficiale. Libri che scriveva una volta tornato a Varsavia, che fanno capire cosa potevano significare per il loro popolo personaggi come Lumumba o Nkrumah, lo scià dell’Iran o il Negus. Con l’arrivo della celebrità, soprattutto in seguito alla pubblicazione de Il Negus (uscito in Polonia nel ‘78, e in Italia nel 1983), finirà per licenziarsi dall’agenzia Pap. Prima di essere a sua volta ‟licenziato” dal settimanale Kultura, di cui era diventato collaboratore, durante il periodo della legge marziale proclamata dal generale Jaruzelski nel dicembre del 1981.
Da questo momento, finanzierà autonomamente i propri lunghi viaggi, ripartendo per l’Africa prima di pubblicare il suo strabiliante Ebano, percorrendo in lungo e in largo l’Unione Sovietica alla vigilia del suo crollo per scrivere Imperium: ‟Non conosco un altro modo di scrivere: devo andare sul posto”. Oggi, a 74 anni, conserva intatta la voglia di girare il mondo, ha in programma di scrivere un grande libro sull’America Latina e un altro sul Pacifico, questa volta assumendo come figura centrale di riferimento, non più Erodoto, ma Bromslaw Malinowski, un polacco generalmente considerato come il padre dell’etnologia, che, nel 1915, aveva piantato la tenda tra gli indigeni delle Isole Trobriand. ‟Erodoto e Malinowski sono i due creatori del reportage, e nessuno dei due era reporter”. Dovrà essere un libro di riflessione, un tentativo di risposta a Huntington, che vede lo scontro tra civiltà come un pericolo, mentre lui, come Marcel Mauss, vi ravvisa ‟un’opportunità”. Per di più questi libri gli tocca scriverli in mezzo ai continui solleciti, ai pubblici riconoscimenti, alla folla di persone che gli chiedono di tenere conferenze, nella vana speranza ‟di essere aiutate da lui a rimettere un po’ d’ordine nell’immagine che hanno del mondo”.
I nostri contemporanei ‟hanno una enorme confusione in testa”. E ‟la mania dell’informazione giornalistica aumenta il loro disorientamento”. Sulla stampa del giorno d’oggi, lo scrittore-reporter getta uno sguardo amaro: ‟C’è una forte accelerazione, ma insieme un appiattimento, un impoverimento. Certo, la conoscenza è impossibile da raggiungere, ma bisogna almeno provarci: e sembra che i media ci abbiano rinunciato. Una deriva molto pericolosa: l’opinione della gente non conta più, e chi detiene il potere ne approfitta per fare quello che vuole.
copyright Le Monde - traduzione di Daniela Perazzi

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