Sta prendendo piede, anche in Italia, il fenomeno della ‟consulenza filosofica”. Associazioni di formazione dei cosiddetti consulenti, collane editoriali dedicate alla pratica filosofica, master universitari, ma anche già una prima applicazione con apertura di studi di consulenza rivolti alle istituzioni e al mondo del lavoro e naturalmente al colloquio individuale.
Questo fenomeno, per dir così, dei filosofi che scendono in campo nel nome di antichissime vocazioni (Socrate, un capostipite) ma accogliendo attualissimi disagi e dunque una domanda ben piantata nel presente, è già fin d´ora una piccola giungla, rigogliosa e alquanto infida, abitata da intenti seri ma anche da velleità palesi, in via di organizzazione ma ovviamente disordinata, che sta certo sollevando un coacervo di problemi ma anche polarizzando notevole interesse da parte di quei giovani che vi intravedono qualcosa come uno sbocco.
È o non è una terapia? Si sovrappone, si contrappone, o solo si affianca alle attività di psicologi e psicoterapeuti? Chi la autorizza e la garantisce? Ce n´è abbastanza per motivare un´attenzione meno distratta cominciando magari a distinguere il grano dal loglio, senza prendere troppo in fretta partito ma senza neppure lanciare anatemi. Vi si gioca, forse, il ruolo della filosofia nella società contemporanea. Il fenomeno è ancora modesto, però promette di crescere. (E già arriva la notizia di una denuncia da parte dell´Ordine degli psicologi per esercizio abusivo della loro professionalità).
Credo che Umberto Galimberti, che pubblica adesso da Feltrinelli un libro di peso, per impegno e pagine, dal titolo La casa di psiche, e dal sottotitolo "Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica", converrà con me che questo scenario della consulenza filosofica, che ho appena tratteggiato, è il fondale muto della sua messa a punto. Il libro di Galimberti è tante cose insieme, come dirò in seguito, cioè non è solo questo, ma è poi essenzialmente una risposta al brulicare di domande che ci arrivano dall´interno della nascente pratica filosofica. Non è un mistero che lui stesso abbia fatto da levatrice a tale nascita (per esempio, dirigendo la collana della casa editrice Apogeo di Milano, che ha pubblicato Achenbach, Lahav e il più impegnato degli italiani nel settore, Neri Pollastri).
Ho parlato di un fondale muto perché Galimberti vi dedica una nota in tutto, mostrando così di volersi tenere fuori dalle vicende particolari di questo scenario empirico. Quello che, invece, vuol fare è fornire uno strumento di base, un´articolata chiarificazione filosofica che serva a far compiere un salto di qualità e a riempire con un orizzonte solido le esigenze che affiorano un po´ dovunque. Cominciando con una riflessione sul presente - un presente ormai attraversato da parte a parte dalla tecnica - da cui risulta che il disagio attuale non può confondersi con una delle tante domande di senso che si sono succedute storicamente, perché siamo di fronte a una perdita radicale di senso rispetto alla quale le risposte tradizionali non bastano più.
Occorre, allora, un nuovo slancio di pensiero che sappia misurarsi con la ‟sofferenza”, proveniente da tale insensatezza generalizzata, senza appigliarsi alla ciambella del vecchio umanismo con il suo secolare corredo di valori. In breve: alla perdita di padronanza e di controllo, e all´eclissi di ogni finalità progettabile, non possiamo più rispondere con il desiderio di tornare padroni, controllori, depositari di una finalità generale. Dobbiamo prendere atto del nostro ‟analfabetismo” in fatto di psiche, cioè di anima nel senso ampio e galimbertiano del termine, e curvare il nostro pensiero su questa constatazione (che era già al centro del suo precedente libro Psiche e techne), cessare di ‟delirare” nostalgicamente, sostenere fino in fondo il principio di realtà della nostra realtà.
Se capisco bene il titolo - che è un titolo molto bello - si tratta di abitare la casa di psiche, sloggiando da essa tanti inquilini che vi si sono addormentati con le loro obsolete masserizie: curatori ormai fuori tempo e cure che al massimo sono dei placebo. La casa resta vuota e un po´ desolata?
Preferiamo, forse, che sia piena di falsità e illusioni? A partire da tutte le illusioni ‟scientifiche” che si accompagnano all´idea di curare la psiche. Non è più possibile, secondo Galimberti, continuare a ‟medicalizzare” la psiche trattandola come un oggetto familiare. Non è un oggetto e non è per niente familiare, e qui effettivamente la filosofia ci aiuta e sembra avere molto da dirci. Galimberti non può certo essere accusato di non sapere di cosa parla quando si rivolge alla psicoanalisi. Deve moltissimo a Freud, ha un debito esplicito con Jung, e in questo libro dichiara anche l´importanza che Lacan ha per lui: tuttavia, non è il pensiero che vi circola (e di cui occorre far tesoro) ma proprio la psicoanalisi come progetto di medicina dell´anima che risulta troppo stretto, troppo impaniato nei propri presupposti, e dunque, per Galimberti, perdente e fuori tempo.
Nessuna ‟cura” per l´angoscia che deriva dal nostro essere mortali. Solo la filosofia sembra poter insegnarci ad abitarla. Ma anche rispetto alla filosofia occorrerebbe un gesto di radicale decostruzione: anche qui bisogna svuotare con dolorosi traslochi l´esigenza teorica che si è accumulata.
Certo, tornare agli antichi, alla loro saggezza e alla loro virtù del giusto mezzo, alle loro idee di natura e di mondo, insomma a prima del grande tornante del discorso cristiano in cui saremmo ancora imbottigliati, ed è a questo punto che Galimberti elegge Nietzsche a propria guida filosofica e ci propone di seguirlo fino all´ipotesi di un´”etica del viandante” con cui il libro si conclude. Nietzsche che ci aiuta ad abitare la insensatezza in cui ci troviamo oggi, in un mondo ormai diventato il compiuto mondo della tecnica, e da cui, appunto, possiamo guardare indietro, a quella ‟saggezza” degli antichi che ci è indispensabile.
Credo che sia chiaro il messaggio-risposta che Galimberti invia al brusio di domande del fondale muto delle pratiche filosofiche che oggi stanno proliferando. La necessità, in altre parole, di una chiarificazione filosofica preliminare. Il monito a equipaggiarsi con un bagaglio non leggero, anche se i discorsi da fare saranno poi attraversati dalla leggerezza. E poi che non basta prendere congedo dalla psicoanalisi, di cui in ogni caso occorre valorizzare tutto il patrimonio di pensiero: perché si tratta di raddoppiare questo gesto critico con una presa di posizione filosofica dura e precisa, che smascheri tutti i mercanti di idee e tutti gli spacciatori di verità, pesanti e non.
Ne segue, anche, che La casa di psiche, più che una semplice tappa in un percorso filosofico, si presenta come il felice sforzo di Galimberti di produrre una specie di summa del suo pensiero: un libro che raccoglie un lavoro di decenni offrendo al lettore una mappa teorica orientata in cui Freud e Jung, Binswanger e Jaspers vengono riattraversati analiticamente e poi composti in una costellazione in cui figura anche Lacan ma figurano soprattutto i principali operatori filosofici di Galimberti, da Nietzsche alla filosofia antica, e non sono assenti alcuni rimandi significativi allo scenario contemporaneo, da Gehlen a Genther Anders.
Emerge, in modo unitario e insieme puntualmente documentato, l´identità filosofica dell´autore, e il libro risulta così uno strumento prezioso per tutti, o almeno per tutti coloro che hanno a cuore il problema di ‟come pensare”, proponendo un esercizio genealogico di costruzione di un itinerario che ciascuno può tentare di ripercorrere ed eventualmente di far suo. Nel senso più ampio e profondo del termine, la pratica filosofica - che ha sempre bisogno di esempi comprensibili e di guide ospitali - è proprio questa.

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