Dopo aver bevuto la cicuta - racconta Platone - Socrate rimproverò i suoi allievi, che non riuscivano a frenare il pianto: ‟Che stranezza è mai questa, amici? Si dice che sia bene morire fra serene parole di augurio”. E serenamente spirò. Così nel Fedone. Ma che la cicuta (koneion) desse una morte indolore è tutt’altro che certo. Platone, probabilmente, voleva idealizzare gli ultimi momenti del maestro ma altri resoconti, più realistici, descrivono la morte di chi aveva ingerito il veleno in modo molto diverso: la mente oscurata, la vista deformata, gli occhi che selvaggiamente roteavano, la gola attanagliata, le estremità paralizzate. La cicuta, infatti, non venne introdotta per alleviare le sofferenze dei condannati a morte. Venne introdotta per calcolo politico dai Trenta Tiranni (V secolo a.C.), che per liberarsi senza troppo rumore degli oppositori mandavano loro in carcere una porzione del veleno: per ovvie ragioni, queste esecuzioni dovevano avvenire senza suscitare scalpore. La cicuta, insomma, doveva risolvere un problema politico: esattamente come negli Usa, a distanza di duemilacinquecento anni, l’iniezione letale, introdotta in un momento molto delicato per i sostenitori della pena capitale. Nel 1972, nel corso di una lunga moratoria, la Corte Suprema (Furman vs. Georgia) aveva dichiarato l’incostituzionalità di questa pena, perché nei modi e nelle le forme in cui era applicata era contraria all’Ottavo Emendamento, che proibisce pene ‟crudeli e inusuali”. Ma nel 1976 (Gregg vs. Georgia) la Corte, i cui componenti erano cambiati, mutò opinione. Senonché nel frattempo era cambiato anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica e un forte malessere serpeggiava anche fra i sostenitori della pena. Per evitare che la reintroduzione provocasse traumi eccessivi, era necessario trovare altre forme di esecuzione. La fucilazione e l’impiccagione apparivano crudeli e disumane; la camera a gas e la sedia elettrica provocavano lunghe agonie: inoltre, la camera a gas era stata usata dai nazisti. Una morte ‟medicalizzata”, con aghi e siringhe, era una concessione a sentimenti di umana solidarietà che avrebbe contribuito a dare della pena un’immagine più accettabile. E così è stato, fino a quando la verità è andata facendosi strada. Nel 2005, un articolo sulla rivista medica The Lancet spiegava che le iniezioni che inducono prima la paralisi e quindi l’arresto cardiaco devono essere precedute dalla somministrazione di un anestetico, senza il quale il condannato, in preda a fortissimi spasmi muscolari, si sente soffocare e ha, letteralmente, la sensazione di venire bruciato vivo. Ma nelle camere della morte l’anestesia viene praticata senza test clinici, da personale non addestrato, senza controllo medico sui metodi: le iniezioni letali attualmente in uso per gli esseri umani - era la conclusione della ricerca - vengono praticate secondo standard che non raggiungono neppure quelli richiesti per l’esecuzione degli animali. E purtroppo la conferma della denunzia dei medici venne da esecuzioni successive. Un solo esempio tra i tanti: il 13 dicembre 2006, a Jacksonville, in Florida, il portoricano Angel Nives Diaz ha agonizzato sul lettino per 34 minuti. Così stando le cose, per evitare l’obiezione che l’esecuzione fosse contraria all’Ottavo Emendamento, ai medici venne fatta una richiesta: quella che un anestesista supervedesse all’esecuzione. Il rifiuto fu netto. Nel Code of Medical Ethic, del 1992, si legge: ‟Un medico, in quanto esponente di una professione il cui scopo è salvare la vita, quando vi sono speranze di farlo, non dovrebbe partecipare a un’esecuzione” anche se l’opinione personale del medico sulla pena capitale rimane una scelta morale individuale. L’iniezione letale si è ritorta contro coloro che ipocritamente, per calcolo politico, ne hanno sostenuto l’introduzione. Ora, la parola è alla Suprema Corte. Se la crudeltà della ‟morte dolce” americana verrà riconosciuta, gli Usa, credo, saranno probabilmente costretti a fare buon viso a cattivo gioco, e applicare la moratoria promossa dall’Italia approvata all’Onu. Come altre volte, la Suprema Corte potrebbe scrivere una sentenza veramente storica.
Eva Cantarella

Eva Cantarella

Eva Cantarella ha insegnato Diritto romano e Diritto greco all’Università di Milano ed è global visiting professor alla New York University Law School. Tra le sue opere ricordiamo: Norma e sanzione in Omero. Contributo alla protostoria del diritto greco (Milano, 1979), Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico (Milano, 1987; 2006; In Ue Feltrinelli, con nuova prefazione dell'autrice, 2016), Il ritorno della vendetta. Pena di morte: giustizia o assassinio? (Milano, 2007), I comandamenti. Non commettere adulterio (con Paolo Ricca; Bologna, 2010), “Sopporta, cuore...”. La scelta di Ulisse (Roma-Bari, 2010). Per Feltrinelli ha pubblicato Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia (1996), Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto (2002, premi Bagutta e Forte Village), L’amore è un dio. Il sesso e la polis (2007, premio Città di Padova per la saggistica; “Audiolibri-Emons Feltrinelli”, 2011), Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma (2009), L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana (2010), l’edizione rivista de I supplizi capitali (2011), Pompei è viva (con Luciana Jacobelli; 2013), Perfino Catone scriveva ricette. I greci, i romani e noi (2014), Non sei più mio padre. Il conflitto tra genitori e figli nel mondo antico (2015), L'importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro (con Ettore Miraglia; 2016), Come uccidere il padre. I problemi della famiglia dai romani a noi (2017), l’edizione rivista de I supplizi capitali (2018), Gli inganni di Pandora. L'origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica (2019) e ha tradotto Le canzoni di Bilitis (2010) di Pierre Louÿs. Nella collana digitale Zoom è uscito L’aspide di Cleopatra (2012). Per Gli amori degli altri. Tra cielo e terra, da Zeus a Cesare (La Nave di Teseo, 2018) e per la sua opera in generale, ha ricevuto recentemente il premio Hemingway e il premio Pescasseroli.

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