Come dicevano certi padri saggi di fronte a certe confusioni d’epoca: basterebbe che ognuno facesse bene il proprio mestiere. Il sindaco di una "metropoli europea" (la signora Moratti) che mette becco nelle mostre cittadine giudicando "blasfemo" o "pedofilo" questo o quel quadro, non fa bene il proprio mestiere, fa male quello di censore e di critico d’arte e di assessore alla cultura.
E dire che il pragmatico spirito meneghino ("Ofelé fa’ l to mestè", pasticcere fai il tuo mestiere, dice l’adagio) basterebbe ampiamente a soccorrere il sindaco Moratti. Ma il suo zelo catto-manageriale somma pericolosamente due scuole autoritarie: il sindaco cattolico è nemico dell’eros, il sindaco manager è convinto di dovere regolare e ottimizzare ogni singola branca della sua città-azienda.
Nella Milano ancora non da bere di trenta e quarant’anni fa Giovanni Testori, cattolico e omosessuale, affondava le sue parole nella carne umana molto più scandalosamente dei quadretti gay che indignano la Moratti, ma non risulta che da Palazzo Marino qualcuno ebbe da ridire. Si stava meglio quando si stava meglio.

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