La chiamano "the road to hell", la strada per l’inferno, e anche "il più grande parcheggio del mondo", perché i suoi inestricabili ingorghi danno l’impressione di trovarsi tra i dannati di Satana e di non muoversi per ore. È la M25, il più lungo anello tangenziale d’Europa, un nastro d’asfalto di quasi 200 chilometri che disegna un cerchio intorno a Londra. Quando fu inaugurato, alla fine del 1986, dall’allora primo ministro Margaret Thatcher, si diceva che avrebbe ridotto il traffico all’interno della capitale e reso più agevoli gli spostamenti suburbani. Un decennio più tardi l’opinione dominante è che non ha realizzato nessuno dei due obiettivi. In compenso, questa settimana, una serie di indicatori economici rivelano che la tangenziale di Londra ha ormai acquisito un’altra funzione: quella di confine tra i ricchi e i poveri, tra chi fa shopping a Bond street e chi non arriva alla fine del mese. ‟La Gran Bretagna sta diventando una nazione divisa”, riassume uno dei suoi più autorevoli quotidiani, il Guardian, ‟tra coloro che vivono all’interno della M25 e tutti gli altri”.
Le cifre dicono che, mentre in dicembre il consumo al dettaglio è sceso mediamente del 7 per cento in tutto il paese, dentro all’anello della M25 è cresciuto complessivamente del 7 per cento. Non grazie ai turisti, che anzi sono diminuiti: sono i londinesi a sospingere questo inarrestabile boom, i 7 milioni e mezzo di abitanti della capitale, che salgono a 14 milioni contando l’intera area metropolitana, e addirittura a 20 milioni di persone con i sobborghi, ovvero un terzo della popolazione totale del Regno Unito. Un’altra statistica apparsa in questi giorni indica che il popolo di Londra è mediamente del 41 per cento più ricco rispetto al resto della nazione, e il suo spicchio più benestante, il West End, è del 450 per cento più ricco della nazione all’esterno della M25. ‟In trentacinque anni che faccio questo mestiere”, dice sir Stuart Rose, amministratore delegato di Marks & Spencer, la più grande catena di grandi magazzini britannica, ‟non ho mai visto un’economia così polarizzata. I ricchi sono sempre più ricchi, nel West End non ci sono abbastanza diamanti per rispondere alla domanda. Ma i poveri sono sempre più poveri, fuori da Londra è una vita completamente diversa”. Perciò lui non li chiama più con la formula classica, ‟have” ed ‟have-nots”, chi ha e chi non ha, bensì ‟have-a-lots” ed ‟have-nots”: chi ha molto e chi ha niente.
In quanto uno dei sette, quattordici o venti milioni di persone, a seconda del criterio con cui contarli, che vivono dentro l’anello del privilegio, provo a guardare la M25 con occhi nuovi. Non più soltanto come la sterminata circonvallazione in cui ho passato tante ore, sulla strada dell’aeroporto di Stansted (verso Cambridge), di Heathrow (verso la Cornovaglia) o di Dover (verso la Manica), ma come la frontiera tra due nazioni o almeno il confine di un paese diviso a metà. Il tempo per studiare il panorama e compiere soste di diversione, c’è: sebbene in qualche tratto abbia otto e perfino dodici corsie per senso di marcia, la maggior parte della tangenziale è a tre o quattro corsie, e tra ingorghi e lavori in corso la sensazione è di essere sempre fermi (l’intasamento da record, nel 1996, era lungo 65 chilometri). Dal finestrino appaiono località che raramente figurano nelle guide turistiche: Dartford, Maidstone, Swanley, Bromley, Westerham, Woking, Staines, Reading, Uxbridge, Maple Cross, Barnet, Colchester. Ma facendo tappa lungo il percorso, una volta dentro l’anello, l’altra fuori, non risalta immediatamente la differenza tra ‟have-a-lots” e ‟have-nots”. Ci sono linde zone residenziali appena fuori dalla tangenziale, e quartieri piuttosto miserabili appena dentro; o il contrario. D’altronde Londra è immensa, la più grande città dell’Unione Europea, la seconda di tutta Europa (la supera, per dimensioni e popolazione, solo Mosca), con l’estensione di Parigi, Roma e Vienna messe insieme: al suo interno c’è di tutto, palazzi reali (in uno dei quali abita una regina) e catapecchie, strade sfavillanti e slums spaventosi. E tuttavia, nonostante i ghetti e la degradazione, la ‟città” dentro l’anello è in media immensamente più ricca di quella fuori, che comincia appena al di là della tangenziale e si spinge fino a Bristol, Birmingham, Liverpool, Edimburgo, Belfast, in ogni direzione.
Beninteso, i ricchi, gli ‟have-a-lots”, ci sono anche in Galles, in Scozia, in Irlanda del nord e nel resto dell’Inghilterra. Eppure le statistiche fotografano la verità. Che la Gran Bretagna sia sempre stata divisa in due, era noto: accade anche in altri paesi, solo che qui, diversamente che in Italia, il nord è la regione povera e problematica, il sud la più ricca e fiorente. Non è sempre stato così. Brevemente, durante la rivoluzione industriale del 19esimo secolo, il centro di gravità economico della nazione si spostò a nord e nelle Midlands, trascinato dalle aziende manifatturiere di Manchester, Leeds, Bradford. Ma in epoca più recente il declino industriale e il parallelo boom del settore finanziario che fa capo alla city di Londra hanno ribaltato la situazione. La notizia strombazzata dal Guardian, però, non è che Londra e il sud-est dell’Inghilterra hanno più soldi e risorse del nord: questo si sapeva. La notizia è che il gap si allarga. Tra il ‘97 e il 2007 la ricchezza di Londra rispetto al resto del paese è aumentata di un terzo, dal 30 al 41 per cento. Il numero dei milionari, nello stesso periodo, è triplicato, oggi si calcola che siano 425 mila: e il 51 per cento vivono a Londra. Dove una casa su venti, grazie al boom immobiliare degli ultimi dieci anni, vale un milione di sterline, circa un milione e mezzo di euro. E dove l’altro giorno ne è stata venduta una per 75 milioni di euro, a cui il nuovo proprietario ne aggiungerà altri 35 per lavori di restauro: 110 milioni di euro, la casa più costosa del pianeta. D’altronde, perché meravigliarsi?
Petrolieri russi, sceicchi arabi, nuovi ricchi cinesi e indiani, tutti vogliono abitare a Londra, insieme a milioni di immigrati senza quattrini, come il proverbiale idraulico polacco, che qui trovano maggiori opportunità che altrove. L’acclamato boom della ‟Cool Britannia” degli anni del blairismo è stato, e rimane, soprattutto il boom di Londra: andate fuori dall’anello e vedrete un paese meno luccicante, di cui essere meno invidiosi.
Così, alla fine di un viaggio lungo la M25, dove si transita gratis, basta entrare con l’auto in centro, 12 euro di pedaggio al giorno, per rendersi conto che il confine esiste, eccome: te lo ricordano la Bentley con autista, la Ferrari gialla (rossa ce l’hanno tutti), la Porsche decapottabile (chi se ne importa del freddo), la folla che si accalca tra le vetrine di Bond street.
Può darsi che prima o poi la festa finisca: la campanella che dalla borsa di Wall Street fa tremare i mercati finanziari di tutto il mondo con le sue ansie di recessione suona anche per loro, per gli abitanti dell’anello d’oro londinese. Ma i 200 chilometri di tangenziale, per adesso, segnano ancora la frontiera tra due mondi, come nel celebre incipit di Dickens in A tale of two cities (La storia di due città): ‟Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era davanti a noi, e futuro non avevamo”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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