Nel cupore di questi giorni, ho tratto profondo e inatteso sollievo leggendo su Repubblica di ieri, a pagina 11, questa dichiarazione del signor Moises Naim, direttore di un’importante rivista di affari internazionali: ‟L’Italia conta relativamente poco nel mondo. Quello che succede da voi, in campo economico come in campo politico, ha un impatto molto limitato fuori dai suoi confini”. Mi sono sentito improvvisamente alleggerito. Quasi allietato. Il nostro sfascio ha questo di buono: che sul pianeta Terra non contiamo un tubo, se non per determinare la posizione dei bottoni sui gilet autunno-inverno. La nostra crisi e il nostro eventuale disastro sono, sulla faccia del mondo, appena un brufolino. Se collassiamo, ciò che a noi pare un fragoroso crollo sarà inteso quasi ovunque come un rumoretto tra i tanti, certo meno tragico di tante guerre, e fami, e miserie sparse ovunque. Per giunta, egoisticamente parlando: essere un Paese piccolo rende fisicamente molto prossime le frontiere. In un’ora d’aereo arrivi quasi ovunque in Europa: dove le notizie dall’Italia si perdono rapidamente nel rumore di fondo.

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