Il ‟peccato originale” fu di Ariel Sharon nell’estate del 2005, quando si ritirò unilateralmente da Gaza. Ma oggi le responsabilità sono soprattutto di Hamas, che non blocca i tiri di missili Qassam su Israele. E la soluzione sta in un grande ‟piano Marshall” per Gaza, finanziato da Israele, dall’Egitto e soprattutto dalla comunità internazionale. Ecco come lo scrittore israeliano Amos Oz analizza le origini dell’attuale caos nella ‟striscia della disperazione” ed esamina le possibili vie per risolverlo.

Tra le fila del governo e dell’esercito israeliani crescono le voci di chi vorrebbe sbarazzarsi per sempre di Gaza. Serrare i confini e, come diceva l’ex premier Sharon, ‟buttare le chiavi in mare”. È possibile?
Non c’è dubbio che la maggioranza degli israeliani sogna una scappatoia di questo genere: lasciare Gaza nelle mani degli Egiziani, come fu tra il 1948 ed il 1967, tranne la breve parentesi dopo la guerra del 1956. Ma, a guardare meglio, è una soluzione di corte vedute. In realtà non tiene conto che comunque Gaza resta un problema regionale, grave e profondo. La soluzione non sta nel gettare via le chiavi e voltare la schiena. Non sta nel bendarsi gli occhi e sperare che se ne occupino gli egiziani. C’è bisogno di intese globali, radicali, complessive.

Quali le sue indicazioni concrete?
Occorre partire dal presupposto che la malattia non va rimossa, bensì curata. E la cura deve partire dalla comunità internazionale. Un piano Marshall che miri a dare lavoro, mezzi di sostentamento, speranze e aiuto ai circa 700.000 profughi di Gaza. Nella regione vivono quasi un milione e mezzo di persone, i profughi sono più o meno la metà. E sono loro i più bisognosi: vanno assistiti se si vuole stabilità.

Ma la storia ci insegna che non bastano gli aiuti economici. Lo stesso piano Marshall originario si fondava su solidi presupposti politici.
Sono d’accordo. Non si tratta solo di aiuti finanziari. Israele deve proporre ad Hamas il pieno riconoscimento del suo governo in cambio della cessazione delle violenze.

E come vede il futuro dei rapporti tra Olp in Cisgiordania e Hamas a Gaza?
Non sta a me determinare il rapporto Hamas-Olp. Mi sembra però di poter affermare con una certa sicurezza che per un lungo periodo Gaza e Cisgiordania resteranno due entità separate e distinte. Israele deve imparare a coesistere con due embrioni di Stati molto diversi.

Nel 2005 lei scrisse sul Corriere che Sharon sbagliava a non negoziare con Abu Mazen il ritiro da Gaza. Lo pensa tutt’ora?
Assolutamente sì. Lo scrissi allora e lo ripeto oggi. Sharon avrebbe dovuto trattare con Abu Mazen. Se lo avesse fatto, facilmente le elezioni palestinesi del gennaio 2006 sarebbero state vinte dall’Olp e non da Hamas. Indirettamente Sharon contribuì dunque, con le sue rigidità, a portare voti al campo del fondamentalismo islamico, che tanti danni ha poi creato a tutti noi. E il mio non è il facile senno del poi, in realtà tre anni fa lo sostenni più volte. Ma rimasi inascoltato.

Nota qualche sviluppo in chiave moderata tra i ranghi di Hamas?
No, direi di no. Non noto elementi nuovi in Hamas. Ciò non toglie che io non veda alternativa al mutuo cessate il fuoco e a un serio programma di riabilitazione per Gaza.

Egiziani e palestinesi accusano Israele di continuare a sviluppare le colonie nei territori occupati e così di boicottare la trattativa e le pur tenui speranze di pace lanciate al summit di Annapolis.
E hanno ragione. Le colonie ebraiche vanno totalmente congelate, compreso quella di Har Choma a Gerusalemme est. Vanno anche rimossi i cosiddetti avamposti illegittimi in Cisgiordania. Israele poteva fare molto di più a favore della pace. In verità non ha fatto praticamente nulla.

E Hamas può bloccare i tiri di Qassam?
Certo che può farlo. C’è una divisione dei compiti tra di loro. C’è chi governa e chi spara. Nessuno può tirare Qassam se Hamas si oppone.
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

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