Le 821 mila firme certificate e depositate in sostegno del referendum sulla legge elettorale non possono essere bellamente archiviate solo perché la nomenclatura politica le considera d’impaccio.
Una tale disinvoltura se la potrà forse permettere Berlusconi nei confronti dei cittadini da lui stesso convocati nel dicembre scorso per decidere il nome del partito in cui rigenerare l’ectoplasma della Casa delle libertà: furono annunciati più di tre milioni di partecipanti ma, ora che l’ectoplasma rientra in servizio, chi se li ricorda più?
Più imbarazzante è la posizione in cui si trova Gianfranco Fini, il cui partito sta oggi raccogliendo firme per chiedere elezioni anticipate nelle stesse piazze in cui pochi mesi fa raccolse le firme del referendum. Fino a ieri il leader di An dichiarava che rivotare con la legge Calderoli sarebbe stato inaccettabile. E, come lui, anche i cittadini promotori del referendum l’hanno firmato perché si cambiasse legge elettorale prima delle future elezioni, cioè per scongiurare la beffa di un secondo Parlamento eletto con quello stesso metodo antidemocratico. Di tale istanza stanno facendosi interpreti le principali rappresentanze del mondo economico e della società civile (non a caso il presidente della Confindustria è tra i firmatari del referendum).
Ora che la Corte costituzionale ha giudicato ammissibili le proposte abrogative, anteporre elezioni celebrate col vecchio metodo alla verifica popolare dei quesiti referendari, significherebbe calpestare un diritto tutelato dalla Costituzione. Diverso sarebbe, naturalmente, se Franco Marini riuscisse nel difficile compito di realizzare entro poche settimane una riforma elettorale che ottemperi alle istanze referendarie. Altrimenti? Altrimenti non è solo benefico e sensato, ma doveroso, che il referendum preceda la convocazione delle elezioni.
Capisco che tale circostanza possa dispiacere all’Udeur di Mastella, al Pdci di Diliberto o ad altre forze a rischio d’estinzione. Ma le procedure democratiche hanno una loro inderogabile linearità, e non a caso il presidente Napolitano ha fatto esplicito riferimento alla modifica della legge elettorale «sollecitata attraverso una richiesta di referendum dichiarata ammissibile dalla Corte costituzionale». Oltretutto quelle 821 mila firme non sono state raccolte da una sola parte politica. Esprimono un interesse comune al ripristino di accettabili forme di rappresentanza parlamentare e di governabilità.
La vittoria del Sì al referendum modificherebbe sostanzialmente gli esiti della futura competizione elettorale, ma senza favorire l’uno schieramento rispetto all’altro. Il premio di maggioranza introdotto dalla legge Calderoli sarebbe assegnato alla lista più votata, anziché polverizzarsi a vantaggio di partiti finanche minuscoli purché coalizzati al vincitore. Sarebbe garantita una soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato. Verrebbe eliminato lo scandalo dei capilista multipli che determinano per via oligarchica la scelta dei subentranti.
Poniamo pure che il destino politico del Paese sia già segnato, e che al più tardi a giugno Berlusconi vincerà comunque le elezioni. Non è indifferente sapere come. Se per vincere Berlusconi dovrà ricompensare ciascuno dei diciannove partiti e partitini intenzionati a coalizzarsi nella sua Cdl (da Storace a De Gregorio, da Fatuzzo a Nucara, senza contare i soliti Dini e Mastella), pare ben difficile che possa aspirare alla formazione di un governo più lungimirante dei precedenti. Non lamentava forse egli stesso il ricatto paralizzante subito da soggetti minori? Quel ricatto se lo ritroverebbe moltiplicato – ne sa qualcosa Prodi – nel caso si tornasse a votare con la legge Calderoli.
Senza dimenticare che la nuova legislatura nascerebbe sub sudice, con il referendum da celebrare comunque a un anno dalle elezioni, e dunque col rischio di delegittimare le nuove Camere.
La convocazione del referendum prima delle elezioni politiche non è solo un diritto tutelato dalla Costituzione, ma corrisponde a un interesse generale. Dovrebbero condividerlo tutte le forze politiche che non aspirano solo a sopravvivere, ma a governare bene l’Italia.
Lungi dal rappresentare un contrattempo fastidioso, quelle 821 mila firme possono oggi sbloccare una situazione incancrenita. Il ricorso alla sovranità popolare assolverebbe come già nel passato a una funzione provvidenziale. Se Marini fallisse la sua missione, nulla impedirebbe di rispettare ad aprile l’appuntamento del referendum, per poi rinnovare il Parlamento a giugno secondo la volontà democratica.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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