L’articolo scritto dal responsabile giovanile della Cei, don Ansemi, contro la scena di sesso nel film Caos calmo, in altri tempi sarebbe stato una recensione cinematografica tra le tante. (Neanche tra le peggiori, tra l’altro: è scritta piuttosto bene). Grazie al clima di petulante interventismo instaurato dalla Chiesa negli ultimi anni, basta una trascurabile goccia come questa a scatenare un putiferio. I media cercano con ansia, tra le pieghe più minute delle pubblicazioni cattoliche, negli atti di convegni periferici e noiosissimi con suore e preti, nuova legna da buttare sul fuoco della battaglia tra neo-guelfi e vetero-laici (ottocenteschi, ovvio). Potendo, sarebbe di molto preferibile che gli appunti cinematografici di un sacerdote, ma pure le esternazioni non sempre solenni di vescovi sconosciuti a tutti tranne che ai cresimandi dell’anno in corso, tornassero a occupare la pacifica e quasi amabile nicchia delle parrocchie e delle curie. Il prete che arrossisce davanti alle scene di sesso fa parte del vecchio caro paesaggio italiano, come il suonatore di mandolino e il posteggiatore abusivo. Perché dunque non ridimensionare certe dispute al rango (che è il loro) del bisticcio pittoresco, e non già dello scontro di civiltà?

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