Non ho niente da rimproverare alla canapa, e neanche alla sua parente stretta la cannabis, che ha molte meno colpe sulla coscienza rispetto all’alcol e al tabacco. Ma ho avuto un sussulto alla notizia che nel nostro meridione esisterebbero "centinaia di ettari" coltivati a cannabis. Non si sta parlando del fricchettone che si coccola le sue piantine nell’orto dietro casa. Si parla di un’attività economica fiorente e in costante aumento. Gravata da un inconveniente (essere contro le leggi vigenti) evidentemente del tutto irrilevante in vaste zone del paese, e specialmente nel Sud. Chi paventa la famosa "sudamericanizzazione" dell’Italia, vecchio argomento dei pessimisti, può dunque incrementare il suo spavento immaginando campesinos siculi o campani che si avviano verso un destino da cocaleros, soggiogati dai boss e perseguitati dalle forze dell’ordine. Oppure, più ottimisticamente, limitarsi a prendere atto che il fiorente mercato nero di Napoli e Palermo può affiancare ai cidì clonati e ai Gucci e ai Prada di sottoscala anche un po’di fumo made in Italy, almeno quello genuino. Fosca o sorridente sia la prospettiva, l’unica certezza è che il senso di casino permanente, qui da noi, è in costante aumento.

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