Delitti e violenze cosiddetti "passionali" sono in aumento, reazione patologica di chi non regge l’impatto con la libertà degli altri. La donna che ha evirato l’amante a Genova, perché lo voleva "tutto per sé", è solo una virulenta e grottesca variante al più classico campionario di omicidi, botte, torture psicologiche inferte da chi considera il partner come una proprietà, e lo vuole morto, o rovinato, piuttosto che libero.
Mi ha molto colpito, in questo senso, ascoltare in una popolare trasmissione radiofonica (del servizio pubblico) l’intervista a una donna alla quale avevano "rubato" il marito. Il termine "rubato" ovviamente non è mio. È stato usato ripetutatemente dalla donna e dai conduttori, e mi ha fatto pensare quanto lunga, e lastricata di dolore, sia la strada che conduce a una morale rinnovata. Si rubano i cavalli e le mucche, non gli esseri umani. Gli esseri umani appartengono solo a se stessi, e a parte il reato di sequestro di persona non si conoscono altre circostanze nelle quali un uomo o una donna possano essere "rubati". In tempi di petulante richiamo alla morale tradizionale come unica salvezza, la figura della "rubamariti" o del "rovinafamiglie" rischiano un revival del quale, francamente, non si sente la mancanza.

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