Si discute molto del candidato Calearo. Effettivamente, è difficile non discuterne. Il debutto televisivo (a Ballarò) è stato di una ruvidezza sensazionale: quella ruvidezza, per intenderci, che siamo abituati a riconoscere nei leghisti, in quella retorica del "pane al pane, vino al vino" che pialla via dalle frasi e dai discorsi ogni ombra di complicazione. Ritrovare in campo democratico quella compiaciuta rozzezza non è stato piacevolissimo: non dico di preferire gli intellettuali della Magna Grecia, il demitismo fumoso e sfuggente, ma insomma, la politica dovrebbe riflettere, nelle sue parole, anche tracce di ragionamento.
Le frasi spicce di Calearo esprimeranno, magari, il pragmatismo dell’imprenditore, ma veniva voglia, mentre parlava, di chiosarlo come fanno gli insegnanti in margine ai temi degli alunni meno facondi: "spiega meglio quello che volevi dire", "approfondisci il concetto". Un concetto che Calearo dovrebbe approfondire, per esempio, è quello di "moderno". Lo ha detto un paio di volte, si capiva che la parola gli piace un sacco, ma non si capiva esattamente che cosa intendesse. Ma allora, scusate, se il nostro destino è non capire, tanto valeva tenerci De Mita.

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