Sulla via Fatemi riusciamo finalmente a scovare la saletta dove un gruppo di candidati riformatori si presenta alla stampa. Il ministero dell’Ershad, attraverso le cosiddette "agenzie" che si occupano dei giornalisti accreditati, ci aveva dato un indirizzo sbagliato, a nord della città, e solo dopo un lungo viaggio fino a sud, lottando per conquistare metro su metro nel traffico pazzesco della capitale, siamo arrivati a un altro indirizzo. Un gruppetto di giovani con delle magliette rifrangenti da servizio d’ordine segnala che questo è il posto giusto. Non c’è ancora quasi nessuno, così si aspetta. Sulla facciata della palazzina è appeso un manifesto con i nomi e le fotografie dei trenta candidati che si presentano a Teheran per i riformatori.
Tutti nomi sconosciuti, perché quelli noti sono stati eliminati. Non dal Consiglio dei Guardiani, che bene o male in tutte le elezioni iraniane ha sempre avuto una funzione di screening, bensì questa volta dallo Shoraye Neghaban, l’organo di controllo i cui componenti sono stati appena nominati di persona dal presidente Ahmadinejad. Questo organo, che in passato doveva solo certificare i documenti presentati dai candidati, ha eliminato d’emblée tutti i candidati moderati, tanto che dopo le proteste congiunte di due ex presidenti, Rafsanjani e Khatami, il Consiglio dei Guardiani lo ha obbligato a riammetterne qualche centinaio. Ma a condizione che fossero solo nomi sconosciuti. Dei politici che avevano avuto un ruolo sotto il governo Khatami non è restato nessuno. E comunque, complessivamente, moderati e riformatori possono presentare un candidato solo in 130 dei 290 distretti elettorali. Così che anche se vincessero in ognuno di questi distretti, non porterebbero in parlamento più del 30 per cento dei deputati.
Chi scegliereste tra di loro, chiedo a due ragazzi con le magliette rifrangenti e i capelli tagliati come una cresta tenuta ritta sulla testa dal gel. La risposta è una sonora risata. ‟Se chiede a me, nessuno” dicono in coro. E allora che ci fate qui? ‟Ci pagano, 1000 tuman al giorno, una miseria, ma noi siamo molto poveri e tutto fa brodo. Gli osulgarayan (i conservatori, che si chiamano con questo nome che significa fedeli ai princìpi) pagherebbero molto di più, ma due come noi non li prendono”, dicono alludendo all’acconciatura dei capelli. Hanno diciannove e vent’anni. Studiano per fare i commercialisti, ma senza speranza di trovare un impiego. ‟Da noi senza una raccomandazione nessuno ti dà nulla”. E la raccomandazione chi la dà? ‟Quelli che hanno il potere”. I mullah, i pasdaran? Ridono. ‟I pasdaran, i basiji, gli hezbollah”. Nemmeno credono che otto anni fa, alle elezioni parlamentari del 2000, i giovani iraniani abbiano dato il loro voto con tanto entusiasmo ai riformatori di Khatami. ‟Si dicono tante bugie”. Andrete a votare? Altra risata. ‟Sono elezioni, queste?”.
Quante volte, in questi ultimi anni, abbiamo sentito questa frase, pronunciata da iraniani e iraniane delusi nelle loro speranze di cambiamento. Alle ultime elezioni presidenziali, quelle che avevano portato al potere Ahmadinejad, era stata la stessa Shirin Ebadi, premio Nobel, a pronunciarla. E tutti gli osservatori e gli esperti a disperarsi del carattere impulsivo e passionale degli iraniani, che non accettano mezze misure - o la speranza o il disincanto.
Ma questa volta qualcuno potrebbe dar torto a questi ragazzi? Come dice Mostafa Tajzadegh, ex sottosegretario agli interni che nel governo Khatami era responsabile per l’organizzazione delle elezioni, nei 29 anni dalla rivoluzione islamica non c’erano mai state delle elezioni così sfacciatamente imbavagliate. Il regime ha sviluppato una mentalità da bunker che ha chiuso ogni spazio anche alla più fievole critica. Più sono aumentate le pressioni internazionali sull’Iran, più Ahmadinejad si è sentito invincibile.
Il settimo parlamento, prima di congedarsi, ha varato un provvedimento vietando ogni tipo di propaganda elettorale. Le città, che in passato venivano ricoperte da un blizard di volantini attaccati sui pali della luce, sui muri, alle fermate degli autobus, ogni non portano nessun segno che venerdì prossimo si vota. Gli spazi per i volantini elettorali sono pochissimi. In uno, che abbiamo visto davanti alla moschea del quartiere di Narmak, ci sono sei foto di conservatori (tutti nomi noti, capolista è Haddad Adel, attuale presidente del parlamento e genero del leader supremo Khamenei) e uno spazio vuoto. C’era la foto di un riformatore, che un gruppo di basiji ha subito provveduto a rimuovere. Di fare propaganda sui giornali, in tv o per radio neanche a parlarne, per i riformatori. I servizi segreti - gli stessi che risultarono colpevoli dell’assassinio di diversi intellettuali dissidenti alla fine degli anni 90 e che nel governo di Ahmadinejad sono tornati ai vertici dei ministeri dell’Interno e dell’Intelligence - sono tornati in piena attività. Ma la repressione è avvenuta facendo il meno rumore possibile, una strategia da specialisti. Si arrestano i leader più in vista dei movimento sindacale, o di quello studentesco, o i giornalisti più noti, li si tengono in isolamento duro per alcuni mesi torturandoli in modi raffinati ed evitando accuratamente quelli più fisici che lasciano tracce, poi si obbligano a dichiarare in televisione che sono colpevoli e (nei casi migliori, in quelli peggiori restano in prigione) si lasciano andare all’estero, da dove non diranno più una parola - anche per evitare che quello che è toccato a loro tocchi ai loro familiari rimasti in Iran. Per gli studenti, basta la partecipazione a una attività politica e vengono espulsi da tutte le università del paese. Senza poter nemmeno andare all’estero, se non hanno fatto il servizio militare.
Anima nera dei servizi è il giornale Keyhan. Ieri ha fatto un duro attacco a Reza Khatami, il fratello coraggioso dell’ex presidente, accusando di essere ‟colluso con una potenza nemica” perché aveva incontrato l’ambasciatore tedesco.
Eppure i riformatori chiedono agli iraniani di andare comunque a votare, per evitare danni peggiori. L’ex presidente Khatami, che si distingue sempre per avere quello che gli iraniani chiamano l’hijab sulla lingua, cioè nascondere quello che pensa, ha aggiunto: ‟con entusiasmo” (il persiano, che è una lingua raffinata, ha una parola per la bugia normale, simile a quelle che diciamo noi in occidente, e una per le bugie che hanno un buon fine, per esempio evitare uno confronto, o per cortesia). Ma probabilmente i riformatori hanno ragione. Non c’è fine al peggio.
E’ come vedere un film al rallentatore, e non siamo che ai titoli di testa. Un tempo lo scontro tra riformatori e conservatori era uno scontro sull’eredità della rivoluzione. I conservatori volevano salvare la rivoluzione impedendo qualsiasi cambiamento. I riformatori volevano salvarla attraverso la riscoperta degli ideali di libertà e di consenso popolare che secondo loro erano i veri ideali della rivoluzione (per esempio il Leader supremo, per essere tale, non deve essere solo nominato dall’Assemblea degli Esperti ma godere del consenso del popolo). Ma Ahmadinejad ha sparigliato tutte le carte.
Il risultato elettorale dovrebbe dare un’idea di quanto il presidente goda ancora del favore dei poveri, ai quali aveva promesso di ‟portare sulle loro tavole i proventi del petrolio”, e quindi aspirare ad essere rieletto l’anno prossimo per un secondo mandato. In realtà i poveri sono diventati sempre più poveri - nonostante gli alti prezzi del petrolio - e le classi medie sono letteralmente scomparse per l’aumento continuo e spropositato dei prezzi, provocato dalla dissennata politica economica del presidente che perfino il leader Khamenei, di cui Ahmadinejad è il pupillo, ha dovuto criticare. Più che quello dei poveri, conterà comunque per Ahmadinejad mantenere l’appoggio del Leader supremo.
Gli osulgarayan sono divisi in tre gruppi - che fanno capo rispettivamente al presidente Ahmadinejad, a Ali Larijani (l’ex negoziatore del dossier nucleare dimessosi o dimesso a favore di un fedelissimo del presidente), e al sindaco di Teheran Qalibaf, che erano stati entrambi rivali di Ahmadinejad alle presidenziali del 2005. Ma davanti agli elettori si presentano uniti.
Ieri i candidati di tutti e tre i gruppi sono arrivati insieme nello stadio Shirudi davanti a una folla di scolaresche portate obbligatoriamente dalle maestre, di basiji e di donne inchadorate. Una di loro è venuta cortesemente a chiederci se potevano spostarci ‟almeno quattro file indietro” rispetto a dove eravamo sedute. ‟La televisione ci riprende e voi - ha detto a me e all’interprete - non indossate il chador”.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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