La sede della Grameen Bank è in cima ad una scala stretta, passato un negozio di sari indiani e una piccola rivendita di dvd di film di Bollywood. Sono due minuscole stanze, in cui ci sono soltanto tre scrivanie, due telefoni, dieci sedie e una dozzina di foto del fondatore. Difficile immaginare qualcosa di più spartano e volutamente modesto. Non siamo a Dacca in Bangladesh ma all’incrocio tra la Settantaquattresima strada e Roosevelt avenue, nella zona di Jackson Heights, nel quartiere del Queens, nella città di New York, a tredici minuti di metropolitana da Park Avenue, la strada con le case più costose al mondo. Siamo nel quartier generale americano della banca di microcredito del premio Nobel Muhammad Yunus.
Nel palazzo di fronte hanno appena aperto una filiale della Citibank e all’angolo c’è la Commerce Bank, sono piene di luci, splendenti e modernissime, promettono perfino viaggi premio nelle isole caraibiche ai nuovi correntisti. Peccato che la maggioranza di coloro che vivono qui non ci potranno mai entrare: un americano su dieci non ha un conto in banca e qui la percentuale schizza alle stelle. Se non hai credit history, cioè se non hai mai avuto un conto in banca, una carta di credito, se non puoi dimostrare che sei uno che restituisce i soldi, allora non potrai entrare nel sistema, non ci sarà modo di avere alcun prestito e non ti restano che i finanziamenti illegali e gli strozzini. Il tasso di interesse che applicano oscilla tra il trecento e il quattrocento per cento all’anno.
Una cifra difficile da credere ma che segna la vita a milioni di persone. Per sopravvivere non si può che accettare. In questo quartiere, dove di fronte alla bancarella che vende il libro dei Principi per crescere una buona famiglia islamica passano due ragazzine con il piercing nell’ombelico ben visibile a tutti, ci sono panettieri o pasticceri che non hanno i soldi per acquistare un frigorifero e allora sono costretti a comprare ogni mattina le uova e il latte. La loro economia non riesce a progettare oltre lo spazio di una giornata. Ma, quando arriva un giorno di festa in cui ci sarà più richiesta di dolci, allora saranno obbligati a chiedere un prestito per poter fare una spesa speciale. Ci sono parrucchieri che devono rivolgersi allo strozzino per acquistare un asciugacapelli o lo shampoo. Da quel momento la gran parte del guadagno servirà solo a pagare gli interessi.
Negli Stati Uniti trentotto milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, e di questi due terzi sono donne. A New York seicentocinquantamila persone vivono sotto la soglia della povertà. Il Queens è il quartiere con più etnie al mondo, è il mondo in un solo quartiere. E Jackson Heights ne è il distillato perfetto: donne velate e jeans a vita bassa. Un tempo zona di operai italiani e tedeschi, oggi è il solo luogo d’America che mescoli neri, asiatici, ispanici e bianchi di origine europea. Camminarci è spettacolare, ogni quattro isolati le rivendite di giornali hanno i titoli in lingue e caratteri completamente diversi, i profumi delle cucine cambiano in continuazione dallo speziato all’agrodolce. Si può comprare qualunque cosa. Ci vivono oltre due milioni di persone, la metà non sono nate in America.
Molti immigrati sono piccoli imprenditori, cioè hanno una micro-bottega che in molti casi non si può permettere un affaccio sulla strada, e c’è la più alta concentrazione di persone che hanno accesso limitato o inesistente alle banche tradizionali. Per questo Grameen Bank, che significa "la banca del villaggio" ha deciso di aprire qui. Perché è il luogo perfetto dove provare che "il banchiere dei poveri" può aiutare il Paese del capitalismo. Al muro hanno messo una grande cartina disegnata con i pennarelli, in cui il quartiere è diviso in micro-aree colorate in modo diverso a seconda dell’etnia che ci abita: i villaggi.
Il loro tasso d’interesse è del quindici per cento l’anno, un ventesimo di quello degli usurai. Prestano in media tra i duemila e i tremila dollari. Dall’inizio dell’anno hanno avuto centoventi richieste e settantacinque persone hanno ricevuto il prestito. Sono afroamericani e immigrati colombiani, vietnamiti, ecuadoregni, dominicani, portoricani e, naturalmente, del Bangladesh. La storia simbolo che raccontano è quella di una donna dell’Asia del Sud - qui tutto è talmente mescolato che non si ricordano nemmeno da quale Paese provenga -. Ha trentotto anni, tre bambini e, insieme al marito, ha una piccola rivendita di caramelle. Con il prestito hanno potuto fare il magazzino, andare a comprare le caramelle all’ingrosso, e con quello che stanno risparmiando per il fatto che non pagano più gli strozzini hanno deciso di far studiare i figli.
La prima domanda che viene in mente è come la prenderanno gli usurai, immagino che non siano contenti di veder spuntare qualcuno che potrebbe distruggere il loro mercato. ‟Oggi non siamo un problema, in questo momento i loro affari vanno a gonfie vele, la crisi dei mutui e la stretta che le banche hanno dato a qualunque prestito rendono il mercato nero felice”. Ritu Chattree, vicepresidente della banca, nata in India ma cresciuta in America, non ha dubbi: la crisi è profonda e diffusa. Per questo ogni sera, o ogni mattina all’alba, nella stanzetta con le sedie la cui porta è sempre aperta ci sono piccole riunioni: ‟È il modo in cui lavoriamo. Se qualcuno vuole un prestito, deve unirsi con altre quattro persone. Noi prendiamo in considerazione solo gruppi di cinque richiedenti. Prima si incontrano una volta alla settimana. All’inizio ricevono molte informazioni sul progetto, poi cominciano un programma di risparmi, e solo alla fine possono prendere il prestito”.
Hanno aperto il primo novembre dell’anno scorso, ma i primi soldi sono stati elargiti solo due mesi dopo: ‟Prima bisogna costruire la capacità di gestire il denaro, la fiducia, così l’occasione non verrà sprecata. Finora abbiamo prestato duecentoventimila dollari a settantacinque persone”. Tra le carte che sono nelle cartelline color crema dell’archivio c’è anche scritto a cosa sono serviti: accessori per un salone di bellezza, tessuti, macchine per cucire, caramelle, prodotti sanitari, una licenza per il taxi. Denaro che serve per iniziare un’attività, per creare una dispensa o perfezionare un business.
Ma non è beneficenza. Tanto che Chattree ha sì un’esperienza in organizzazioni non governative come Human Rights Watch, ma la sua carriera l’ha costruita nelle banche d’investimento in Europa e a Wall Street, ha lavorato per J.P. Morgan e Merrill Lynch. Ci voleva qualcuno che conoscesse alla perfezione i meccanismi del credito americano, capace di costruire un sistema che funzioni. Lo scopo del progetto è di avere successo nel Queens per poi aprire in altre città negli Stati Uniti, quelli della Grameen Bank vogliono diventare autosufficienti, costruire un business che si mantenga da solo ‟per dare credito e alleviare la povertà a più persone possibile”. Poi andranno alla conquista dell’America, forse a Los Angeles, forse a New Orleans, ‟dipenderà da dove avremo più sostegno”.
Intanto hanno conquistato questo pezzo di Settantaquattresima strada ribattezzato "Kalpana Chawla", dove due ragazzini in skateboard incrociano un vecchio ebreo ortodosso che discute da mezz’ora con un gruppetto di sick. Il nome sull’insegna all’angolo è quello dell’astronauta indiana che morì sullo Space Shuttle Columbia esploso nei cieli del Texas durante il rientro nell’atmosfera il primo febbraio del 2003. Era un simbolo di orgoglio: un’immigrata che diventa ingegnere aerospaziale e astronauta della Nasa. In sanscrito Kalpana significa ‟idea o immaginazione”. Non c’è bisogno di andare dall’astrologo indiano della Trentasettesima avenue per capire che in questo ufficietto sopra il ristorante Kababish l’immaginazione promette di scrivere una nuova storia.

Torna alle altre news >>