Qualunque opinione si abbia della guerra in Iraq, non si può non meditare sulla oscena disparità tra il minuzioso conto dei quattromila morti americani (quasi tutti ragazzi giovani e quasi tutti poveri) e il calcolo all’ingrosso delle vittime irachene, pare centinaia di migliaia tra militari e civili. Oh, certo, da noi siamo abituati a tenere la vita in così grande conto, che quanto la morte rintocca non passa inascoltata. Ma insomma, che guerra è una guerra in cui i morti di una parte sono comunque protagonisti, i morti dell’altra parte una massa di comparse anonime, come nei film di Tarzan? Ragioniamo come se la disponibilità di carne da cannone, in quelle zone del mondo, fosse una "normale" risorsa (in mancanza di altre), e il brulicare della vita, e le raffiche di nascite, rendessero logica la facilità e l’abbondanza della morte. Ma chi muore e non voleva, chi è amputato di un figlio o di una moglie e non voleva, siamo sicuri che non conti anche lui i suoi morti con la stessa implacabile desolazione? E dunque, c’è qualche autorità mondiale, politica o istituzionale o intellettuale, che provi ad aggiornare i calcoli tenendo presenti anche le montagne di cadaveri arabi? Oppure, come cantava De André, "il dolore degli altri è soltanto un dolore a metà"?

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