Se io fossi un produttore onesto e scrupoloso di mozzarella di bufala campana, sarei furioso e sarei disperato. Perché dovrei constatare che la correttezza del mio comportamento, il valore del mio mestiere, servono davvero a poco in un contesto che danneggia il merito e travolge gli onesti, e che lo scandalo dei rifiuti (una catastrofe mondiale dal punto di vista dell’immagine) ha finito per insozzare il marchio "Campania" a prescindere dalla realtà produttiva, dalle responsabilità dei singoli, dalle analisi ragionevoli sulla salubrità dei luoghi e dei prodotti.
Questa, del resto, drammatizzata dalla contingenza, è la situazione di tanti meridionali che rigano diritto, lavorano bene, fanno del loro meglio: soccombere al contesto, pagare dazio a quell’orrore sociale che è il malaffare diffuso, essere contaminati dall’aura fetida che incombe su luoghi e persone. In tanti se ne sono andati (specie tra gli emigrati di ultima generazione) più per disgusto che per fame. Quelli che rimangono, producono, inventano, lavorano e danno lavoro, andrebbero applauditi, incoraggiati, protetti. Possibilmente prima che qualcuno gli spari, o li mandi in rovina a strozzo, oppure falliscano per disastro ambientale e susseguente psicosi senza avere altra colpa che la sfortuna di vivere proprio lì.

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