L’incrocio cruento tra diverse tribù tifose, in autogrill, nelle stazioni o nei pressi degli stadi, è una vecchia e disgustosa storia. Per anni ho considerato ipocrita e indecente che si definissero "estranee al mondo del calcio" le violenze degli ultras. Oggi ho il dubbio che sia ancora peggio sospendere le partite e bloccare i campionati per disgrazie come quella di domenica scorsa. Suona come un implicito riconoscimento del ruolo organico che le tifoserie estreme hanno preteso, con la forza e con il ricatto. Il potere degli ultras è impressionante: sono riusciti a far sospendere partite (contro la volontà del questore di Roma, per esempio), squalificare campi di calcio (San Siro, Bergamo…), mettere a ferro e fuoco la capitale. Condizionano società e squadre, influenzano e spesso dirottano l’ordine pubblico, il calendario di uno sport, gli spostamenti e il sereno accesso allo stadio di milioni di tifosi pacifici. Hanno sequestrato un bene pubblico. Può darsi che sia venuto il momento di considerare orribili incidenti come quello di domenica come lutti privati. Dolorosi ma privati. Inconsolabili, ma privati. L’estremo tentativo di rimediare a questo scempio potrebbe essere negare agli ultras alcun ruolo pubblico.

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