Circola su Internet una foto inequivocabile: decine di poliziotti cinesi, in uniforme, con un involto rosso sotto il braccio. È la veste dei monaci tibetani che si apprestano a indossare, certamente non per una festicciola in costume, ma per infiltrarsi tra le fila "nemiche" e provocare incidenti.
La "provocazione di Stato" (agenti infiltrati, disordini innescati dalle autorità per favorire repressioni violente) è spesso un mero alibi per attribuire al Potere ogni nefandezza, e magari assolvere i movimenti turbolenti dalle proprie intemperanze. Negli anni più febbrili del movimento studentesco, non c’era goccia di sangue che non venisse attribuita a "provocatori", fascisti o di Stato. Questo non deve mai far dimenticare il quasi infinito cinismo del potere in generale, e dei poteri dittatoriali in particolare. Gli agenti provocatori esistono davvero, e spesso riescono a orientare la storia e contraffare la verità. Senza bisogno di scomodare la Cina ne sappiamo qualcosa anche in Italia, grazie al lurido episodio delle finte molotov introdotte da poliziotti felloni nella scuola Diaz di Genova. Non so se esista, in giurisprudenza, l’aggravante del tradimento della propria uniforme. Bisognerebbe comunque introdurla, niente è più vile di un uomo dello Stato che innesca violenza per il piacere di menare le mani.

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