Il Dalai Lama, con una formula politicamente ingegnosa ‟il popolo cinese merita le Olimpiadi”), invita a non boicottare i Giochi perché, da leader globale e da intellettuale cosmopolita, sa quanto utile sia - per la causa tibetana e per i diritti umani in generale - tenere accesa quella potentissima, sterminata fiaccola che è la copertura mediatica. Un milione di telecamere accese su Pechino significa un miliardo di occasioni per discutere, in tutto il pianeta, di quello che non va in Cina, delle libertà negate, dell’occupazione militare e politica del Tibet.
È già chiaro a tutti, del resto, quanto l’evento olimpico abbia già alzato il livello d’attenzione sul Tibet, mesi prima dell’inizio dei Giochi. L’isolamento della Cina non solo non favorisce la lotta dei tibetani, ma la oscura, facilita il suo occultamento. L’accoglimento della Cina nella comunità mondiale, se da un lato sembra assolverla del suo molto basso livello di libertà, dall’altro la scaraventa nel bel mezzo del palcoscenico planetario, la costringe a confrontarsi (per la prima volta) con l’opinione pubblica mondiale. Il Dalai Lama è molto saggio.

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