Le polemiche sul "parlare rozzo" della Lega difettano di memoria storica. L’idea che "il popolo" possa e anzi debba esprimersi bassamente per distinguersi dai "figli di papà" e dai "fighetti" è, storicamente parlando, solo una scemenza dell’ultima ora. Massima ambizione del popolo, e spesso anche sua orgogliosa pratica, è sempre stato il raggiungimento di quella cultura e di quella dignità che gli erano negate dalla discriminazione di classe. Dell’ignoranza e della volgarità di modi il popolo si è sempre vergognato, perché sapeva benissimo che erano la prova della sua subalternità. Operai e contadini sognavano figli laureati, rispettavano "i professori" e vedevano nei libri il bene prezioso, e a loro precluso, della conoscenza. La lotta sindacale e operaia per i corsi delle "centocinquanta ore" è stata una delle pagine più gloriose del riscatto popolare in Italia. Non c’è peggiore tradimento del popolo che convincerlo dell’inevitabilità della sua ignoranza: sono sempre stati i padroni a pensare che i subalterni non avessero alcuna necessità di acquisire cultura, e anzi la cultura potesse renderli riottosi, e snaturarne il ruolo di bestie da lavoro. Non è mai stato il popolo, è sempre stata la piccola borghesia frustrata a odiare la cultura.

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