‟Non mi dimetto”. Gordon Brown tiene duro, almeno per il momento, promettendo un riscatto per sé e per il suo partito dopo la peggiore batosta alle urne degli ultimi quarant’anni: le amministrative del primo maggio, in cui il Labour è diventato il terzo partito, alle spalle non solo dei Conservatori ma pure dei Liberal-democratici. In una serie di interviste alle maggiori reti televisive britanniche, ieri il premier ha cercato di spiegare la sconfitta, difendere il suo operato e instillare fiducia in un rilancio laburista entro le elezioni politiche della primavera 2010, quando una nuova sconfitta segnerebbe la fine del governo della sinistra nel Regno Unito, iniziato nel 1997 da Tony Blair.
Ma non è ancora detto che Brown riuscirà a mantenere il comando del Paese e del partito fino alla prossima sfida alle urne: i "peones" laburisti in parlamento rumoreggiano, i fedelissimi di Blair affilano i coltelli. Se la popolarità del premier non risalirà da qui a fine anno, potrebbe esserci un tentativo di detronizzarlo e mettere un altro laburista al suo posto.
Brown ha addebitato la sconfitta a due cause: la crisi economica internazionale, che comincia a farsi sentire anche in Gran Bretagna, con un rallentamento della crescita, l’aumento dei prezzi, la stretta creditizia che minaccia mutui e banche; e qualche errore del governo, come la controversa decisione di abolire un’esenzione fiscale per la fascia più povera dei contribuenti. Sulle sue scarse capacità di comunicatore, sul fatto di essere giudicato un leader legnoso, grigio, impacciato, è tornare a quello che diceva di sé quando subentrò a Blair nel luglio 2007: ‟Un leader serio per tempi seri”. Si è definito una persona più ‟riservata” di altre nell’arena politica, ha ribadito che non vuole diventare ‟un personaggio”. E ha smesso di esibire il sorriso artificiale con cui andava in giro negli ultimi mesi, che peggiorava anziché migliorare la sua immagine: nelle interviste a Bbc e Sky non ha sorriso quasi mai, anche perché c’è poco da sorridere dopo il massacro sofferto alle urne.
Il primo ministro ha promesso una serie di nuovi provvedimenti, nelle prossime settimane, per risvegliare l’economia, allargare il credito e moltiplicare i consensi. Non ha del tutto escluso, inoltre, un rimpasto di governo. Basterà per calmare i suoi avversari all’interno del Labour? ‟Se è tutto quello che ha da offrire dopo la sconfitta, è patetico”, risponde John McDonnell, un deputato dell’estrema sinistra laburista. Tacciono invece, per ora, i possibili candidati a rimpiazzare Brown come leader del partito e capo del governo: David Miliband, blairiano di ferro, attuale ministro degli Esteri, ed Ed Balls, fedele browniano, ministro dell’Istruzione, entrambi quarantenni. L’opinione dominante, per il momento, è che un "golpe" non ci sarà: sia perché già Brown ha sostituito Blair a legislatura in corso, e cambiare tre leader durante un singolo mandato sarebbe un’ammissione di divisioni e incertezza; sia perché molti sono convinti che a questo punto una vittoria conservatrice nel 2010 sia inevitabile, chiunque guidi il Labour.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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