Ci sono casi in cui uno preferirebbe non aver visto giusto. Quando ho iniziato le riprese di Nazirock capivo di stare su qualcosa di caldo. Proprio per questo avevo deciso di occuparmene, ma non immaginavo che la violenza neofascista si sarebbe sviluppata fino a questo punto.
Perché dev’essere chiaro, la tragedia di Verona è solo un aspetto, divenuto mediaticamente visibile, della serie interminabile di violenze che hanno trovato spazio sulle pagine dell’Unità e di altri giornali di sinistra, ma che sono state ignorate da buona parte della stampa e della televisione. Come se raccontare la violenza nazifascista corrispondesse a una presa di posizione politica e non semplicemente a un dovere di cronaca.
Come se l’antifascismo non fosse più patrimonio di tutti e valore fondante della Repubblica Italiana, ma soltanto espediente retorico della sinistra per attaccare la destra.
Detto questo, vediamo perché il fenomeno è in crescita e perché il Veneto è un elemento importante del quadro in cui si sviluppa. Partiamo da un collegamento preciso: a Verona è molto seguito dai giovani il Veneto Fronte Skinheads, un movimento neofascista il cui fondatore, Piero Puschiavo, è l’attuale coordinatore regionale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Il leader della Fiamma, Luca Romagnoli, si vede all’inizio del mio documentario. Sta sul palco, accanto a Berlusconi, a ricevere il plauso delle folle oceaniche. E’ il 2 dicembre 2006, siamo a Roma, è la famosa manifestazione dei due milioni. Berlusconi stringe la mano a Romagnoli e accarezza la bandiera della Fiamma Tricolore. Un passo indietro, andiamo in rete a scoprire chi sono gli ispiratori del Veneto Fronte Skinheads. Tra i padri spirituali figura Jan Stuart Donaldson, che amava citare Adolf Hitler: ‟Di lui ammiro tutto”, diceva, ‟tranne una cosa: avere perso”.
In questi collegamenti, in questo filo nero che parte da un movimento neonazi veneto e arriva fino alla politica istituzionale e di governo, si trova una delle spiegazioni della violenza nera che a Verona ha fatto una delle sue vittime.
Chi si sente sdoganato e in qualche modo protetto dalle istituzioni tende a venire allo scoperto, a riappropriarsi degli spazi, a diventare aggressivo. Proprio quello che stanno facendo i ‟ragazzi dal cuore nero”, reclutati allo stadio e indottrinati dai gruppi della destra radicale.
Naturalmente ci sono altre spiegazioni. Spesso il disagio giovanile si esprime nella guerra per bande, nella difesa del territorio, nell’attacco ai diversi. Sono comportamenti diffusi in tutto il mondo. Altrove le bande possono avere una connotazione etnica, in alcuni casi la connotazione può essere estetica (la scelta di un look, di una divisa). A Verona abbiamo visto in azione le bande d’ispirazione nazifascista. Nel mio documentario questi giovani, che potrebbero ficcarsi in tragedie come quella di Verona, hanno un volto, parlano, dicono quello che sanno e pensano. Chi sono? Nella maggior parte dei casi ragazzi impreparati. La scuola non ha dato loro gli strumenti culturali: quel minimo di conoscenza del nostro passato che avrebbe potuto fornire gli anticorpi, renderli immuni alle ideologie di morte e distruzione che ogni tanto rispuntano dalla pattumiera della storia.
Ne vedi uno, con occhi non cattivi, che si è tatuato Mussolini sul polpaccio e non crede alla strage degli ebrei: ‟I numeri li hanno alzati. Al massimo ne avranno ammazzati un milione”.
Chi te lo ha detto? ‟L’ho letto su un sito”. Quale sito? ‟Non so. Un sito”.
Poi c’è il problema delle regole, che non vengono rispettate. Nel film c’è un momento illuminante, a questo proposito. Al raduno di Forza Nuova prende la parola Hudo Voigt, leader del partito di estrema destra tedesco NPD. Subito il conduttore della manifestazione, Emanuele Tesauro (cantante degli Hobbit e quadro di Forza Nuova) si mette in ansia: ‟Mi raccomando”, ripete al microfono, ‟nessuno deve fare saluti fascisti, perché in Germania è proibito. Se vedono la foto di Voight accanto a un saluto romano quando torna lo arrestano”.
Il pubblico delle teste rasate e dei vecchi nostalgici smette di inneggiare a braccio teso, poi appena Hodo Voight ha terminato il suo intervento, di nuovo alla grande: svastiche tatuate sul petto nudo, saluti fascisti, un grande striscione che viene aperto e sbandierato. La scritta, in caratteri cubitali: PIU’ NAZIFASCISMO.
Questo vediamo nel film. Questo vedremo nelle strade. Ma nessuno ne ha colpa. Nessuno è responsabile. Neppure i ragazzi che hanno aperto e sbandierato quello striscione. Alle mie contestazioni hanno risposto. ‟Non è niente. E’ solo una goliardata”.
Claudio Lazzaro

Claudio Lazzaro

Claudio Lazzaro (Milano, 1962) è stato per dieci anni giornalista al ‟Corriere della Sera” per cui ha seguito tra l’altro la guerra nella ex Jugoslavia e l’invasione statunitense in Iraq. Nel 2006 ha fondato Nobu Production, piccola casa di produzione che scommette sull’informazione – quella senza padroni, fatta in condizioni economiche molto vicine allo zero –, e dirige il documentario Camicie verdi: bruciare il tricolore (2006), che racconta il sottobosco leghista e la sua genetica xenofobia. Dopo il successo di Camicie verdi, Lazzaro prosegue a indagare le realtà italiane con Nazirock (Feltrinelli “Real Cinema”, 2008) e Bandiera viola (2010).

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