Voci di estremo allarme si alzano nel Paese in cui un nuovo governo aveva fatto finta, sulle prime, di essere normale, un qualunque governo di destra europeo. Improvvisamente annuncia di seguito - e si prepara a imporre per decreto e con l’approvazione automatica della sua maggioranza - una serie di leggi con cui inventa un clima di tensione e paura. E risponde a quel clima inventato con leggi liberticide, anticostituzionali e contro il diritto di sapere. L’opinione pubblica libera e informata viene proclamata il nemico da eliminare. Si rivela il volto del nuovo governo. Come è stato detto da Antonio Di Pietro, è un volto che evoca paesi ad alto rischio come la Colombia. Ecco alcune voci che descrivono il nostro Paese oggi.
Stefano Rodotà: ‟Siamo di fronte a un fenomeno che l’Italia ha conosciuto in altri decenni: le leggi speciali”.
Giovanni Sartori: ‟La Carta della prima Repubblica non è stata abolita perché non c’è più bisogno di rifarla. La si può svuotare dall’interno. Basta paralizzare la magistratura. Alla fine il potere politico comanda da solo”.
Marco Travaglio: ‟Personalmente annuncio fin d’ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quello che so. Continuerò a pubblicare atti di indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Lo farò in base all’art. 21 della Costituzione e all’art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo”.
Eugenio Scalfari: ‟Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un Paese senza democrazia”.
Ecco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio ‟per ragioni strategiche”; uso dei soldati per il pattugliamento delle aree urbane; divieto quasi assoluto delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, con limiti scandalosi e risibili (interrompere dopo tre mesi, non poterle utilizzare se si accerta un nuovo reato!) per le poche intercettazioni possibili; impunità (ancora non si sa per che cosa) al primo ministro garantita dal ritorno del vergognoso ‟lodo Schifani”. Torna il passato e torna al peggio. Rivediamolo.
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Un giorno dell’anno 2002, il secondo anno di direzione de ‟l’Unità” rinata e rifondata (non più di partito, non più vincolata ad alcuna ortodossia, ispirata alle battaglie ‟liberal” della stampa anglosassone, pragmatica e intransigente) direttore e il condirettore di questo nuovo corso (ovvero Antonio Padellaro e io) si sono presentati a una assemblea di senatori Ds per spiegare perché nel descrivere le imprese del governo Berlusconi di allora, fondato su una serie di ‟leggi vergogna”, di ‟leggi ad personam” e di progetti di svuotamento o annullamento della seconda parte della Costituzione (in modo da colpire, sterilizzandoli, i principi democratici fondanti della prima parte della Costituzione, da cui nasce la nostra libertà) perché ‟l’Unità” usasse ripetutamente e con piena convinzione la parola ‟regime”.
L’accusa era di estremismo. Ma uno strano estremismo. Non eravamo colpevoli di squilibri e tensioni ideologiche. Il nostro singolare e mal tollerato estremismo non si misurava sulla causa dei lavoratori ma sulle accuse al primo ministro. Dicevamo che godeva della speciale potenza, di una ricchezza immensa e che usava liberamente, impunito, i vantaggi di un gigantesco conflitto di interessi che gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine, passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati. Già allora l'operare politico di Berlusconi era come una bomba a grappolo. Ogni nuovo colpo assestato ai codici italiani portava immediate conseguenze private per il legislatore-beneficiario, un serie di distorsioni e anomalie estranee all’Europa nel sistema giuridico e una catena di conseguenze di fatto su soggetti estranei, come il blocco o l’impossibilità di decine di altri processi o la cancellazione di fatto di altre azioni penali.
Ma l’accusa è rimasta, come se si fosse trattato di un ossessione privata e personale. La frase tipica era: dire ‟regime” è una sciocchezza.
Un governo può essere più o meno buono ma la nostra democrazia è intatta”.
Non era intatta. E ci è voluto un referendum popolare per cancellare le gravi ferite arrecate alla costituzione. Una legge elettorale clamorosamente antidemocratica è ancora in vigore, e sono rimaste intatte tutte le leggi vergogna e ad personam che hanna reso ridicola o brutta l’immagine italiana nel mondo democratico ai tempi del primo Berlusconi.
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Ed eccoci arrivati alla nuova prova mortale a cui è sottoposta adesso la democrazia italiana. In nome di un dialogo che - ormai deve essere evidente ed è certo chiaro ai milioni di cittadini che hanno votato Pd - sarà impossibile, la opposizione continua a esprimersi con i toni garbati e rispettosi della normale vita democratica. Quei toni, quanto alle civilissime intenzioni che esprimono, fanno onore a chi le usa. O meglio, facevano onore a chi voleva ostinarsi a credere nella normalità, forse in base al sempre atteso ma raro miracolo della fede che muove le montagne.
Ma niente è normale nella situazione italiana che stiamo vivendo.
Tutta l’energia, la bravura tecnica e la forza politica che ci servirebbe in un mondo attanagliato da una crisi gravissima, per proteggere i cittadini dai danni più gravi, collaborare fra noi e collaborare col mondo, vengono dirottati in alcune ossessioni che riguardano esclusivamente interessi personali o politici di alcune persone in Italia.
È un delitto contro il Paese, spinto dentro strade senza sbocco, tenuto stretto in una morsa di paura insensata. La militarizzazione del territorio serve per coprire l’incapacità di risolvere il problema dei rifiuti al modo facile e immediato che era stato sbandierato in campagna elettorale. Berlusconi, incapace di capire e di risolvere la questione, ricorre all’occupazione militare.
L’invio di reparti militari armati nelle strade delle grandi città esalta la paura, inventa una emergenza, rende unica l’Italia in Europa (e certo i fucili spianati di soldati non addestrati all’ordine pubblico non è un invito al turismo) e - se ci fossero i problemi che, per fortuna non ci sono - aggraverebbe i rischi di incidenti. Comunque, farà sparire provvisoriamente i criminali, che sanno come riorganizzarsi, e lascerà gli immigrati isolati e spaventati a fare da esca per le ronde militari. Bisognerà pure arrestare qualcuno. Quanto alle intercettazioni vietate, esse stanno già raccogliendo l’opposizione netta di tutta l’Europa libera, giornalisti, giuristi, difensori dei diritti civili. È bene annunciare per tempo, anche in Italia, la disobbedienza civile per evitare di farsi complici di un progetto estraneo al diritto, alla Costituzione, ai codici europei e italiani, e al buon senso. Perché è impensabile che un governo voglia fare sua la battaglia per creare uno scudo salva- malfattori. Ma se questo è lo scopo, dovrà avere tutta l’opposizione che merita. Speriamo che il Partito Democratico si renda conto che questa è la sua battaglia, pena la caduta in un vuoto senza storia.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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