Forse non è un caso che l'ondata di violenza contro gli stranieri a Johannesburg sia cominciata proprio a Alexandra, la settimana scorsa: la più antica township nera della metropoli sudafricana, questo sobborgo di 400mila abitanti in un miglio quadrato racchiude tutte le contraddizioni del paese, passate e presenti. Qualche tempo fa l'avevamo visitata: un ammasso di tetti di lamiera giù per la collina fino al fiumiciattolo maleodorante chiamato Yukskei, poi su per l'altro versante fino a blocchi di case popolari azzurre e gialle. Domina l'orizzonte la skyline di Sandton City, il sobborgo più chic dell'Africa australe, un chilometro in linea d'aria (ma in mezzo c'è un'autostrada): i due mondi non si toccano.
Unica enclave nera nella Johannesburg settentrionale tutta sobborghi bianchi, Alexandra è un simbolo della segregazione razziale cominciata prima ancora che l'apartheid diventasse un sistema legale, negli anni '60 del 1900. Era stata costruita negli anni '20 per la piccola borghesia bianca, qua è là si vedono ancora le vecchie brown homes: ma i bianchi non ci andarono, troppo lontano dal centro della città di allora, e così fu lasciata ai neri. Poi sono arrivati quelli che cercavano lavoro nelle miniere di Johannesburg; le baracche hanno riempito i cortiletti tra le case di mattoni, poi la scarpata fino al fiume, poi ogni spazio libero tra due freeway (le autostrade urbane) e due grandi viali di scorrimento: così è cresciuto uno slum ‟informale”, illegale, ben noto ma ignorato dalla municipalità che così non si sentiva responsabile di acqua, luce, nulla.
Finito l'apartheid, Alexandra è finalmente comparsa sulle mappe, stradali e politiche. E' entrata nel programma nazionale di sovvenzioni per le bonifiche urbane. E' nato un consorzio (Alexandra Renewal Project, Arp) finanziato nel 2001 con 1,3 miliardi di rand (130 milioni di euro) su 7 anni; il mese scorso è stato rifinanziato fino al 2010. L'investimento si vede nella parte più nuova, dall'altra parte dello Yukskei, con le casette di muratura - piccoli cubi unifamiliari, spartani ma con acqua corrente e servizi -, nelle case popolari azzurre e gialle, i due ostelli maschili in via di ristrutturazione, il ponte dove prima c'era solo un guado sul fiume, pannelli solari.
Né la fine dell'apartheid, né gli sforzi di bonifica urbana però hanno impedito che Alexandra resti una delle zone più violente ed emarginate del Sudafrica. Il tasso di disoccupazione qui si aggira sul 60% della popolazione attiva (contro il 23% su scala nazionale, che è già altissimo). Il tasso di infezione da Hiv sul 40%. La popolazione è assai giovane e fluttuante: nuovi arrivati dalle zone rurali prendono il posto di gente che riesce a sistemarsi altrove. E poi nuovi arrivati da più lontano: Mozambico, Zimbabwe, perché nonostante tutto - disoccupazione, prezzi alle stelle - il Sudafrica resta l'economia forte della regione.
I nuovi arrivati vanno a finire nell'intrico di Old Alexandra, il vecchio insediamento dove le brown homes ormai hanno i mattoni sconnessi e sono circondate da casupole fatte di quello che capita, muratura, lamiera. Qui è il centro della vita: nell'ammasso spiccano baretto, i locali dove continuano a crescere i migliori musicisti sudafricani, le officine di riparazioni di vecchie marmitte o di scarpe, i negozietti, quelli che fanno tatuaggi o creano abiti ‟african woman style”, qualche chiesa battista o dell'Assemblea di Cristo. Dalla strada principale scivolano vicoletti stretti che si addentrano tra baracche addossate una all'altra, cessi portatili addossati a un muro lasciano defluire rigagnoli puzzolenti, in un avvallamento un tombino ha la grata sollevata da cui di vede una fognatura invasa di rifiuti: quando piove strabocca e allaga la parte bassa dello slum, che del resto risulta costruito su vecchi strati di rifiuti e fango: una discarica. Si capisce che gli sforzi per la ‟rinascita” di Alexandra siano puntati sulle case e sull'acqua: tubature, fogne.
Alexandra vuole affrancarsi dalla sua fama di slum precario e violento: il consorzio Arp fa notare che il tasso di criminalità è calato del 60% (ma rispetto a cosa?), ed elenca con orgoglio nuovi progetti di infrastrutture: ‟Alexandra è un grande cantiere”, leggiamo sul sito web. Oggi però i due posti di polizia della township sono il rifugio di un migliaio di persone, abitanti stranieri che ora sono accusati di tutto - disoccupazione, prezzi alle stelle. La polizia accusa elementi criminali. E il centro comunitartio si affanna a ricucire i pezzi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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