La nascita del Pd non è bastata a distogliere la sinistra nel suo complesso (politici, intellettuali, elettori partecipi) dalla sua vecchia e perniciosa passione: dilaniarsi attorno a due ruoli evidentemente incompatibili, quello di studiare da classe dirigente e quello di sentirsi coscienza critica del paese. Ci si divide e si litiga più o meno come prima, come sempre, tra fautori del dialogo istituzionale e "mai con Berlusconi", tra "morbidi" e "duri", tra disponibili e "mai con Tremonti". Ogni passo in qua o in là è apprezzato o malvisto a seconda di chi lo giudica, fioccano dichiarazioni infocate e articoli di giornale contro i "collaborazionisti" o contro gli intransigenti. Ricevo appassionate lettere - nel mio piccolo - equamente divise tra coloro che odiano il dialogo e coloro che odiano chi odia il dialogo. Nel mezzo, niente.
Nel frattempo la destra lavora, certo favorita dall’insormontabile primato personale del suo leader-proprietario, certo avvantaggiata da una propensione meno spiccata per il famoso "dibattito", croce e delizia della sinistra. Un pragmatismo a volte rude, a volte rozzo, è il vero, palese vantaggio di una parte politica meno dialettica, meno pensosa, anche meno democratica. Ma di dibattito si può anche morire, specie se dura più o meno dalla discussione attorno alla Comune di Parigi.

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