La partecipazione dei lavoratori alle decisioni delle imprese è stata evocata da Maurizio Sacconi, nell’intervista a Sergio Rizzo su questo giornale, e prontamente rilanciata da Raffaele Bonanni e Tiziano Treu. Il tempo dirà se si tratta della mera riaffermazione dell’originaria identità socialista del ministro del Welfare e della matrice cristiano-sociale del leader della Cisl e dell’ex ministro prodiano, o se, invece, i tre siano i pionieri di una svolta che non piacerebbe alla Confindustria e alla Cgil. Nell’attesa si può ragionare. Per cominciare, va ricordato che già oggi nessuna norma impedisce la partecipazione dei dipendenti al capitale e al governo di un’impresa. Serve però il consenso delle parti. L’imprenditore, infatti, non può essere obbligato a cedere parte del capitale né l’acquisizione ostile di una minoranza azionaria avrebbe senso. E anche in un quadro consensuale con il management di una società quotata, sarebbe comunque arduo per i lavoratori comperare abbastanza titoli da imporre in assemblea proprie liste di minoranza per il consiglio di amministrazione e per il collegio sindacale. Certo, se si reinvestisse il trattamento di fine rapporto, talvolta ci sarebbero i numeri. Ma poi come alimentare i fondi pensione e ripartire il rischio? Piccole quantità di azioni sono state offerte ai dipendenti nel corso delle privatizzazioni o dei collocamenti in Borsa. Ma si è trattato di premi, di forme di remunerazione variabile, non della premessa di quella nuova governance che Bonanni individua nella partecipazione dei dipendenti al consiglio di sorveglianza al quale tocca poi nominare il consiglio di gestione. Chi volesse soffocare i sogni di Bonanni potrebbe citare Alitalia, Fs o Rai quali esempi di invadenza sindacale. Ma farebbe demagogia come chi citasse Parmalat o Enron per bocciare padroni e manager. In realtà, la proposta della Cisl è nobile e riflette l’esperienza tedesca della Mitbestimmung. Sacconi, è vero, non la vorrebbe riprendere tal quale: in questa fase postideologica, il ministro ipotizza quale forma di partecipazione la nomina di un sindaco da parte dei dipendenti-soci; e a questo lega gli eventuali incentivi, nella convinzione che un’editio minor basterebbe a garantire una maggior condivisione di obiettivi e risultati dell’impresa. E però la vicenda tedesca resta ineludibile. La codecisione venne avviata nel 1951 nelle grandi imprese siderurgiche e minerarie dal cancelliere democristiano Konrad Adenauer quale forma di governo dell’economia sociale di mercato mentre i comunisti venivano esclusi dalle cariche pubbliche. Fu invece, nel 1976, il socialdemocratico Helmut Schroeder a estendere la codecisione a tutti i gruppi maggiori. Nelle imprese con oltre 12 mila dipendenti, il consiglio di sorveglianza è ora equamente diviso tra i rappresentanti dei soci e dei lavoratori con voto doppio per il presidente. In quelle dai 2 mila ai 12 mila, il lavoro ha solo un terzo dei seggi. Nel 2004, la Confindustria tedesca ha cercato di far decadere la codecisione, ma senza risultati: le forme di flessibilità introdotte dal cancelliere Gerard Schroeder sono bastate a rilanciare la Germania al vertice del commercio mondiale. Mezzo secolo di storia tedesca ha fatto ormai emergere tre punti: a) se la ritiene conveniente, un governo democratico può introdurre la codecisione per legge e senza incentivi che, una volta ammessa la pluralità delle formule gestionali, distorcerebbero la concorrenza; b) la codecisione poggia non su partecipazioni azionarie, ma su una cultura della collaborazione che depotenzia i conflitti tra capitale e lavoro, nel presupposto che entrambi esprimano interessi legittimi e di pari dignità; c) la codecisione rallenta il processo decisionale, ma assicura coesione ed efficienza nel lungo termine in un’economia ricca di grandi gruppi. Chi identifica l’impresa con i suoi azionisti potrà accettare la distribuzione di azioni ai dipendenti, non il modello tedesco, che in Italia trova un solo parziale precedente nell’eresia di Adriano Olivetti. Del resto, la codecisione deriva da una scelta politica, che nel tempo si è rivelata bipartigiana e dunque postideologica, ma che politica rimane.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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