È stato un freddo 2 giugno. Non solo per la pioggia. Era freddino il clima intorno al rito fondante della Repubblica, animato, si fa per dire, solo dalle battute di Berlusconi e dalla polemica sull'assenza dei ministri leghisti, anche se, come ha detto Calderoli, ‟un nostro ambasciatore c'era” (‟un ambasciatore”: ha detto proprio così il ministro che solo un paio di weekend fa alla Repubblica italiana ha giurato fedeltà). D'altronde, il loro rito i leghisti l'hanno ossequiato domenica a Pontida, con toni a loro propri. Sentono a tiro il federalismo, ma cercano alleanze perché, come ha detto Bossi, se lo potrebbero anche votare, con gli amici del Pdl, in Parlamento, ma poi, magari, si può finire trascinati al referendum e lì, in ‟gabina”, non si sa mai. L'altra volta è finita male. D'altronde, più che federalista la riforma elaborata in bermuda a Lorenzago era un pastrocchio incomprensibile, per tenere insieme An col suo centralismo statalista e la Lega col suo neocentralismo regionalista, con Forza Italia disposta a ogni kamasutra istituzionale pur di far durare Berlusconi. Ma è finita male, appunto.
In fondo, ragionandoci proprio il 2 giugno, il federalismo potrebbe essere una buona idea. Un paese diviso, afflitto sia dai localismi più miopi ed egoisti che da un centralismo appesantito e slogato, potrebbe magari ritrovarsi, con un nuovo patto che ne rifondi l'unione a partire dai territori, da ciò che, nell'esperienza diretta dei cittadini, è sentito come proprio e, insieme, come comune. Potrebbe essere una via d'uscita. Proprio per questo forse poteva essere utile arricchire la festa della Repubblica di nuove idee, invece che lasciarle inumidire sul prato di Pontida o invece che farcire il ricevimento al Quirinale di chiacchiere su cravatte e tailleur e di gossip parapolitici.
D'altro canto, un po' assenti, ieri, erano anche altri, ad esempio i pacifisti che, in coincidenza con la parata militare, si facevano di solito sentire. Ieri hanno solo replicato, a un certo punto, a una castroneria interessata di La Russa, che ha dato numeri sbagliati sulla spesa militare, per portare a casa più fondi nella prossima Finanziaria (a meno che non sia davvero così ignorante). Gli ha risposto Angelo Bonelli, ricordandogli che una parte cospicua della spesa militare è rubricata alla voce Attività Produttive e dunque il suo peso sul Pil non è affatto dello 0,9%, come dice il Ministro della Difesa, bensì del 2%. Sarebbe stata, anche questa, una buona ragione per introdurre il tema in coincidenza con la parata.
Insomma, malgrado gli sforzi di Giorgio Napolitano, infaticabile anche ieri nel rammentare i significati veri e alti del calendario civile e istituzionale repubblicano, il 2 giugno 2008 è parso svogliato, obbligato a celebrarsi, senza vitalità e tensione positiva. Ne avrebbe bisogno, un paese che giusto ieri, nel giorno della sua festa cruciale, è stato richiamato severamente niente meno che dall'Onu, oltre che dal Vaticano, per la sua politica iniqua e per le sue leggi brutali e cialtronesche sui migranti, forse il test supremo, oggi, per giudicare della civiltà di una nazione.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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